lunedì 2 ottobre 2017

Piroette funamboliche sul filo dell’arte della persuasione



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Oggi vi propongo bizzarre capriole su una fune che corre lungo nodi e concetti lontani eppure vicini, epoche distanti ma somiglianti.

Il mio saltellare qua e là ha avuto inizio l’altra sera, seguendo una bella trasmissione televisiva che, coniugando grande ironia, intelligenza e seri approfondimenti di informazione, tratta una particolare pratica di divulgazione in modo godibile e scorrevole.

Dopo un iniziale ridanciano siparietto mirato a evidenziare la comunicazione persuasiva dei principali partiti politici nostrani nel corso dell’ultimo secolo, autori e ospiti del programma sono passati ad analizzare esempi di diverso spessore e registro, che ruotavano su argomenti di attualità.

Per ciascuno dei casi analizzati è sempre stato usato il termine “propaganda”, che del resto compone parte del titolo del programma e all’improvviso mi sono ricordata degli appunti che avevo annotato su un bloc-notes anni addietro, quando andai al Festival di Sarzana ad assistere alla prima delle tre conferenze di Alessandro Barbero, docente specializzato in Storia Medievale e scrittore di romanzi storici diventati best-seller.

Anche in quell’occasione si parlava di propaganda!


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Nello specifico, il tema dell’incontro verteva sulla genesi della leggenda secondo la quale la gente del Medioevo aveva il terrore che il mondo finisse nell’anno Mille.
Già in fase di introduzione Barbero chiariva subito perché parlare di leggenda:
“Sono tante le cose che diamo per scontate quando si parla di Medioevo, ma esse sono molto più leggendarie di quanto crediamo”
Da qui in avanti, avrebbe sempre difeso la tesi dell’esistenza di una certa narrazione, propagandistica, giunta fino ai nostri giorni, che ha deliberatamente enfatizzato il terrore della popolazione europea in prossimità dell’anno 1000.
E come sarebbe arrivata a noi? Con le parole del Carducci che, come spiega Barbero, nel 1868, all’inizio del primo dei suoi cinque discorsi per “Dello svolgimento della Letteratura nazionale”, scriveva:
“V’immaginate il levar del sole nel primo giorno dell’anno Mille? Questo fatto di tutte le mattine ricordate che fu quasi un miracolo, fu promessa di vita nuova, per le generazioni uscenti dal secolo decimo?… E che stupore di gioia e che grido salì al cielo dalle turbe raccolte in gruppi silenziosi intorno ai manieri feudali, accasciate e singhiozzanti nelle chiese tenebrose e nei chiostri, sparse con pallidi volti e sommessi mormoni per le piazze e alla campagna, quando il sole, eterno fonte di luce e di vita, si levò trionfale la mattina dell’anno Mille!”
A questo punto il relatore, ricordando al pubblico il dovere degli storici di ricostruire le cronache partendo da testimonianze certe, attacca a snocciolare una serie di prove documentarie dalle quali si evince che quel terrore non apparteneva ai nostri antenati.

“Siamo sicuri che sia andata proprio così?” mi sono chiesta in quella circostanza. 

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Il medievista argomenta citando tracce dimostranti che, nel 999, pontefice, monaci e imperatore, non fossero affatto preoccupati di ciò che sarebbe accaduto l’anno successivo.  

In una bolla papale siglata il 31 dicembre dell’anno 999, per esempio, Papa Silvestro II scrive all’abate del monastero tedesco di Fulda confermandogli i privilegi richiesti, con la clausola: “a patto che voi monaci paghiate in futuro, ogni anno, quanto stabilito”.
Quindi, né il Papa, né l’abate si aspettavano la fine del mondo!

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Un altro documento, risalente sempre al 999 e ritrovato a Tortona, testimonia di due fratelli che, dopo essersi rivolti a un abate per chiedere di godere delle terre di proprietà dei monaci, si impegnano a pagare al concedente un terzo del raccolto e metà del vino prodotto, come corrispettivo per lo svolgimento dell’attività agricola. Tutto questo, ogni anno, per la durata di ventinove anni.

Per lo storico il documento proverebbe che nemmeno la gente comune si ponesse il problema della fine del mondo l’anno successivo.

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Al fine di convincere ulteriormente la platea ci informa dell’esistenza di un ulteriore atto con il quale l’imperatore Ottone III, giunto a Roma nel 999 per incontrare i monaci dell’Abbazia di Farfa, redige con loro un contratto che sancisce il lascito in eterno del monastero in cui vivono. L’accordo, tuttavia prevede una postilla secondo cui qualora qualcuno soggiogasse l’abate responsabile del sacro luogo, “costui dovrà fare sicuramente i conti con Cristo, quando questi verrà.”.


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Come Barbero prontamente spiega, nemmeno l’imperatore, il quale prudentemente aveva messo le mani avanti concedendo fino a un certo punto quanto promesso, si aspettava che il mondo finisse l’anno successivo.
Ma non è tutto e, infatti, nel corso dell’incontro viene ribadito più volte:
“Nessun cronista dell’epoca ha mai parlato dell’imminente fine del mondo”.

Insomma, da quanto si evince dai documenti citati, la vita veniva programmata come se il mondo dovesse durare oltre il fatidico anno 1000
Arrivati a questo punto il relatore passa ad illustrare i passaggi che avrebbero spinto personalità di spicco, come Carducci, a sostenere l’esatto contrario.
Anzitutto, ci viene indicata la fonte ispiratrice del poeta versiliese: nientepopodimeno che l’ultimo libro del Nuovo Testamento, ovverosia l’Apocalisse.
Come ci vien fatto notare, quel testo, oltre a risalire alla fine del primo secolo d.C., è particolarmente visionario e farraginoso e fa più volte riferimento al numero Mille. Un suo particolare stralcio sarebbe responsabile del fatale fraintendimento che ha dato origine alla leggenda della fine del mondo:
“Poi vidi un angelo che scendeva dal cielo e avea la chiave dell’abisso e una gran catena in mano. Ed egli afferrò il dragone, il serpente antico, che è il Diavolo e Satana, e lo legò per mille anni, lo gettò nell’abisso che chiuse e suggellò sopra di lui onde non seducesse più le nazioni finché fossero compiti i mille anni; dopo di che egli ha da essere sciolto per un po’ di tempo… E quando i mille anni saranno compiuti, Satana sarà sciolto dalla sua prigione. …”

L’Apocalisse è un’opera indubbiamente enigmatica che, come ha spiegato Barbero, qualcuno ha interpretato in senso letterale, attribuendole un preciso significato: dopo mille anni, da che Cristo è giunto sulla terra, verrà liberato il dragone, cioè Satana, e quindi verrà la fine del mondo.

Che in questa deduzione vi sia o meno una logica, non vale la pena perdersi, ma Barbero si pone e pone al suo pubblico una precisa domanda:
“Ma in quei decenni ci sarà stato qualcuno che ha ragionato sul libro in questione?”
Ebbene, sì, qualcuno c’è stato. Per esempio, ci vien detto che un monaco francese, certo Abbone sembra averci pensato a lungo. Nei primi decenni del X secolo d. C., costui scrive un racconto dedicato al suo re per indicargli molte cose che non vanno bene nel suo regno, a partire dal funzionamento della Chiesa e dei chierici. Il relatore cita a  memoria:
“non conoscono bene il Credo, sbagliano a calcolare il calendario liturgico e raccontano storie assurde sulla fine del mondo che dovrebbe arrivare nell’anno Mille.”.
Questo monaco, attraverso il racconto spiega anche che, ai tempi in cui era ancora un ragazzino, qualcuno aveva scritto che “l’anno in cui il venerdì santo coinciderà con l’annunciazione, ci sarà la fine del mondo”.
“Ecco il bandolo della matassa!” direte voi “Siccome l’annunciazione è intesa come la venuta di Gesù e il Venerdì Santo corrisponde alla sua morte, se nello stesso anno le due date coincidessero, la fine del mondo è certa”.
Ma non è ancora finita e, infatti, l’illustre ospite arriva al dunque: il re, una volta informato da Abbone, discute il problema con altri ecclesiasti e chiede al monaco di spiegare al popolo la follia di simili ragionamenti.
Per la Chiesa, sottolinea Barbero, era sbagliato sostenere di conoscere la data della fine del mondo.
Perché?
Perché la Bibbia indica che divulgare la data della fine del mondo corrisponde a un grave errore. Ecco cosa dice a tale proposito Barbero:
“Lo stesso San Paolo scriveva: ‘il giorno del Signore verrà come un ladro nella notte’. Come un ladro nella notte, dunque quando meno te lo aspetti… per cui nessuno può saper quando arriverà l’ora x. San Matteo scriveva: ‘del giorno e dell’ora (della fine del mondo) nessuno sa, neppure gli angeli del cielo, ma solo il Padre’ ”.
Non pago, ci rivela che anche Sant’Agostino aveva scritto:
“Calcolare i tempi per sapere quando sarà la fine del mondo, o l’avvento del Signore, mi sembra nient’altro che voler sapere qualcosa che lui stesso ha detto che nessuno può sapere” e continua “Sta scritto anche che prima che venga l’Anticristo e la fine del mondo, il vangelo verrà predicato in tutti gli angoli della terra”.
Pertanto, rincalza il relatore, ci sono prove certe che, nonostante le tensioni sulla fine del mondo emergessero di quando in quando, venissero altrettanto tempestivamente fermate dall’alto delle sfere clericali.

Giusto per non trascurare di elencare ulteriori dettagli, lo storico segnala il caso di un cronachista tedesco il quale, nell’847 d.C., racconta di una donna che, sostenendo di prevedere il futuro, affermava di conoscere la data della fine del mondo. I popolani, credendole, la coprivano di regali affinché ella pregasse per loro, ma il vescovo di Magonza, risoluto e inflessibile, una volta informato dell’eresia, fa arrestare la donna.
Durante l’interrogatorio scopre che l’eretica avrebbe agito in quel modo su suggerimento di un prete e, per tutta risposta, la fa bastonare in piazza (sia chiaro, la signora, non il prete) e il fermento si placa.

Il cavillo da sviscerare è, sempre a parere dell’oratore, il seguente: comprendere perché Giosuè Carducci ci ha detto che negli ultimi giorni dell’anno 999 il terrore della fine del mondo corresse ovunque. Barbero, a questo punto, enfatizza il dilemma:
“Se non è mai successo, chi avrà inventato questa storia? Com’è andata di preciso?”
Salta fuori un’incredibile genealogia, cioè a dire che una serie di autori si sono reciprocamente copiati e ciascuno di loro ha aggiunto qualcosa.

Come primo colpevole ci viene indicato un monaco cronista, certo Sigeberto di Gembloux, il quale intorno al 1100, cioè dopo un secolo dall’ineluttabile data, registrando che circa cent’anni prima si era verificato un terremoto e un decennio dopo era anche passata una cometa, scrive il seguente passaggio:
“Nell’anno 1000 ci sono stati un terremoto, una cometa e un serpente nel cielo.”

Il secondo è un altro cronista, di cui non ho segnato il nome (perdonate!), il quale, nel 1170 scopre che nel 1010 ci sono state carestie, eclissi, visioni e, considerando tutti questi segni quali elementi importantissimi da sottolineare, sentenzia:
“Con quei prodigi, la gente ha pensato che arrivasse la fine del mondo”.

Da lì in avanti tutti credono che attorno all’anno Mille ogni persona sulla crosta della Terra vivesse nel terrore dell’imminente fine del mondo.
La lezione continua e ci viene spiegato che, con il Rinascimento, altri storici sostengono la versione che vuole la gente del Medioevo impaurita e terrorizzata dal pensiero della fine del mondo allo scadere del 999.
Ma è soprattutto dopo, nel 1700, epoca in cui comincia la storia delle letterature moderne e delle nazioni moderne, che gli eruditi, accertando la scarsità di testimonianze certe sull’epoca medievale, stabiliscono che a quei tempi il mondo fosse bloccato e la gente trascorresse intere giornate in chiesa a piangere e pregare per la propria salvezza.
Quindi, prima del 1000 tutti erano terrorizzati e dopo si sbloccano.
Sembra una barzelletta, ma pare che gli intellettuali di allora abbiano voluto dare questo taglio interpretativo, successivamente lasciato sedimentare per molto, molto tempo.
A riprova che l’immagine di un periodo storico possa modificarsi nel tempo, Barbero cita anche il famoso critico letterario Saverio Bettinelli, il quale sottolineava che solo dopo l’anno 1000 il mondo avesse ripreso un movimento, del tutto assente negli anni precedenti.
Da qui in avanti inizierebbe la narrazione dell’anno 1000!

Nel 1800, periodo in cui gli intellettuali guardavano alla Chiesa come a un nemico, nasce l’anticlericalismo. Ma è anche vero che la Chiesa di allora, spaventata dal progresso, scomunica e chiude porte, quindi si presta a diventare fonte di oscurantismo.
Da qui a costruire una leggenda vera e propria, ci informa Barbero, lasciando credere che nel Medioevo gli ecclesiasti volessero far regnare l’ignoranza e la gente fosse in preda alla paura, è un gioco da ragazzi.

Nel concludere l’intervento, il relatore si sofferma distinguendo che talvolta i miti si creano in modo innocente, talvolta vengono elaborati a tavolino per trarne vantaggio.

Certamente lo credo anch’io, ma questo appena esposto non è di sicuro l’unico caso riscontrato.

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Orbene, nonostante la mia grande ignoranza, vi confido di aver trovato alcuni passaggi della lezione poco convincenti e mi sono fatta delle domande.

Per esempio, posto che senz’altro non ci sia stato uno stallo di quasi un secolo, come mai subito dopo il 1000 ci sono state innumerevoli donazioni, documentate, alle chiese e ai conventi?

Per quale motivo i popolani avrebbero dovuto lasciare i propri beni alla Chiesa in vista della fine del mondo se non ci credevano?

Perché escludere totalmente la responsabilità della Chiesa nella diffusione di quella credenza, prima del 1000, durante e dopo, quando i fatti dimostrano che è stata la prima a beneficiarne?

Perché glissare completamente sulla correità del prete che, nell’847, avrebbe suggerito all’eretica di divulgare la notizia della fine del mondo nell’anno Mille?

Perché un testo come il Nuovo Testamento, dovrebbe essere considerato visionario, farraginoso, capzioso, mentre altri libri della Bibbia, che utilizzano lo stesso linguaggio metaforico, non lo sono?  

Perché buttare nel calderone della propaganda chi ha cercato di convincere qualcuno a fare qualcosa attraverso discorsi e promesse seducenti e chi ha fatto di tutto per manipolare le persone di cose false, minacciando e terrorizzando?

Vi giro tutti questi miei dubbi e vi chiedo, se ne avete voglia, di dirmi cosa pensate della propaganda al giorno d’oggi.

Spero di trovare tanti vostri commenti, vi auguro una splendida settimana e, se vi va, ci ritroviamo lunedì prossimo. ^__^




ICONOGRAFIA:
foto 1: Totò in Gli onorevoli, film del 1963 diretto da Sergio Corbucci – fonte Wikipedia
foto 2: Cristoforo de Predis  (1440–1486), Morte del Sole, della Luna e caduta delle stelle, Miniatura/illustrazione da “Storie di San Gioacchino, di Sant’Anna,…”
foto 3: Papa Silvestro II – fonte Wikipedia
foto 4: Abbazia di Fulda – fonte Wikipedia
foto 5: Abbazia di Farfa – fonte Wikipedia
foto 6: Ottone III assiso in trono circondato dai maggiorenti dell'impero, miniatura di un Evangeliario del X secolo, Bayerische Staatsbibliothek – fonte Wikipedia
foto 7: Walter Chiari e Carlo Campanini in “Vieni avanti, cretino!” – fonte web










6 commenti:

  1. Quello che hai raccontato è molto simile alla paura della stregoneria. Prima del Medioevo le streghe erano temute, ma anche in un certo qual modo rispettate; durante il Medioevo sono state correlate al Diavolo e quindi temute. Successivamente la propaganda cattolica ha causato una vera e propria isteria collettiva con l'esasperazione delle credenze sulle streghe e il Demonio.

    Per quanto riguarda la propaganda in generale, l'unica vera domanda da porsi è "cui prodest?". Sulla base della risposta che ci si riesce a dare, allora si possono fare dei grossi ragionamenti.

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    1. Grazie del bel commento, molto appropriato, Marco!
      Ecco, diciamo che l'inquisizione, già presente prima del 1000 (vedi Catari e altri eretici ), poi istituzionalizzata nei secoli successivi, e soppressa di fatto solo nel XX secolo, testimonia quanto l'attitudine alla diffusione di notizie false, inventate per creare panico e sottomettere le masse, traendone grandi vantaggi, fosse profondamente radicata nelle istituzioni ecclesiastiche.

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  2. Sto proprio leggendo l'opera "Apologia della storia" di Marc Bloch e c'è un capitolo molto interessante sulla trasmissione delle false testimonianze (che sono imparentate con la propaganda, secondo me). Cito una frase molto interessante, Bloc dice, dopo aver menzionato un esempio tratto dalle dicerie e false informazioni che circolavano nella trincee durante la guerra del 1914-18: "Dopo il Medioevo le nuvole non sono cambiate di forma. Eppure noi non scorgiamo più croci, né spade miracolose. (...) Tuttavia, perché l'errore di un testimone divenga quello di molti uomini, perché una cattiva osservazione si trasformi in una voce falsa, occorre anche che lo stato di società favorisca questa diffusione." Ci vuole cioè un terreno predisposto alle false testimonianze... e alla ricezione della propaganda. In fondo si fa molta meno fatica a credere ciò per cui siamo già predisposti, invece di applicare il nostro spirito critico.

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    1. Una domanda per capire meglio il senso del tuo commento, Cristina: quale sarebbe dovuto essere lo spirito critico della "plebe", citando la locuzione diffusa all'epoca per descrivere il popolo volutamente tenuto nell'ignoranza e nella povertà?

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  3. Io credo che la verità stia nel mezzo, molto probabilmente c'erano persone e magari anche preti che in base ad una certa interpretazione dell' "Apocalisse" erano davvero convinti che ci potesse essere una fine del mondo attorno all'anno 1000, molto probabilmente però questa "corrente di pensiero", diciamo così, fosse minoritaria all'interno della società di quei tempi. Mentre la maggior parte della popolazione e del clero invece non ritenesse possibile il verificarsi della fine del mondo.
    Insomma, per semplificare, la paura dell'anno 1000 ci sarà davvero stata ma la cosa è stata davvero molto esagerata in seguito.

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    1. Bentornato, Nick, grazie di questo commento.
      Ti dico subito come la penso: tenendo conto del fatto che il tasso di scolarizzazione intorno al 1000 (come per molti secoli a seguire) era bassissimo, ho motivo di credere che molte persone, non certo una manciata, si siano lasciate suggestionare da prediche tutt’altro che ingenue, ma bensì mirate a generare terrore.
      Tecniche di manipolazione di massa sono sempre esistite, fin dagli albori della civiltà e ancora oggi imperversano nel mondo. In Europa abbiamo assistito alla propaganda nazista che, solo settant’anni fa, ha contribuito allo scempio che tutti conosciamo.
      La Chiesa di oggi è un’altra cosa, e non intendo tirarla in ballo, ma nell’alto medioevo gli stessi pontefici venivano eletti con sotterfugi, spesso ricorrendo alla violenza e il clero non brillava per onestà e bontà. Anche l’inquisizione faceva parte di quel periodo e la dice lunga su come fossero avvezzi a diffondere false verità per ottenere il proprio scopo. Con tutto questo, sia chiaro che non trascuro di distribuire le colpe a tutti i potenti dell’epoca.
      Probabilmente, come dici tu, questo timore è stato dipinto con grande enfasi nei secoli successivi, anche e forse soprattutto allo scopo di mettere in cattiva luce le gerarchie ecclesiastiche coeve, ma trovo scorretto da parte del relatore aver risolto la spinosa questione asserendo che sia giusto e sacrosanto scaricare addosso agli intellettuali del’700 dell’800 la totale responsabilità, in quanto geniali architetti di un falso storico.

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