domenica 2 aprile 2017

Contaminazioni e ispirazioni nel mondo dell’arte







Oggi vi propongo una sequenza di dipinti famosi, attribuiti a pittori altrettanto celebri, i cui soggetti, o semplicemente i cui temi, si ripetono in un gioco di curiose corrispondenze.
Ebbene, nel mondo dell’arte questo fenomeno non rappresenta certo una novità, anzi, ma sarà (spero) piacevole scorrere le immagini cercando di comprendere quanto sia importante la contaminazione, soprattutto se inserita in un’ottica evolutiva.

Adesso, non ci resta che decidere da dove partire J… siccome tra qualche ora mi recherò in visita a Palazzo Reale per seguire la mostra Manet e la Parigi moderna, daremo inizio al nostro viaggio attraverso le contaminazioni seguendo un percorso che si snoda intorno a questo artista.

Il dipinto che andremo ad analizzare confrontandolo con i successivi, dunque, sarà Olympia, di Édouard Manet, esposto al Salon des Refusés nel 1865.  
Un piccolo inciso prima di iniziare: in questo articolo ho disseminato cifre un po’ ovunque, ma, d'altra parte, per comprendere la storia dell’arte è di fondamentale importanza tener presente le date di nascita degli artisti. Non odiatemi.  J


Édouard Manet, Olympia, 1863, Musée d’Orsay, Paris
Anzitutto, proviamo a inquadrare questo pittore, senza entrare nei minimi dettagli, focalizzandoci su alcuni aspetti chiave.

Manet nasce a Parigi nel 1832, dunque appartiene alla borghesia dell’Ottocento francese, classe sociale agiata del Secondo impero. Frequenta un collegio di qualità, ma a sedici anni abbandona gli studi classici per intraprendere una carriera militare in marina, divisione dalla quale verrà respinto agli esami di ammissione. Il padre, un alto funzionario del ministero della Giustizia, che inizialmente intendeva riservare al figlio un destino di uomo di legge, accetterà, suo malgrado, di vederlo partire intorno ai vent’anni per un viaggio in Italia durante il quale si formerà come autodidatta che procederà al di fuori degli schemi accademici. Manet tornerà da questo viaggio arricchito di una libertà di pensiero che gli consentirà di fare la differenza rispetto a molti suoi contemporanei

Nel 1866, Émile Zola (1840 – 1902) scriverà un articolo, su La Revue du XXe siècle, in favore dell’artista, che per ringraziarlo gli proporrà di posare per un ritratto. Tra Manet e il critico d’arte e letteratura, romanziere, nonché una delle penne più audaci di quel tempo (Zola diventò la voce della coscienza nell’affare Dreyfus del 1898, schierandosi contro il tribunale militare che aveva erroneamente condannato il giovane ufficiale ebreo alsaziano), nascerà una profonda e solida amicizia, carica di stima, ammirazione reciproca, condivisione di passioni e ideali. Come Zola, Manet sarà sempre propenso all’innovazione e fortemente teso a mettere in discussione i paradigmi della società nella quale vive, senza ritrosie.


Il Ritratto di Zola, del resto, è una sorta di manifesto del credo di Manet (e del suo amico): Zola posa seduto al tavolo di lavoro con in mano un libro e sulla parete che fa da sfondo sono riconoscibili una riproduzione della Olympia, una stampa tratta da Festa di Bacco di Velasquez, a testimonianza della passione comune per la pittura spagnola, un’ulteriore stampa, che riproduce un'opera di Utagawa Kuniaki. Sul lato opposto si vede un paravento di seta, decorato con rami fioriti, a indicare, ancora una volta, quanto l’arte giapponese abbia rivoluzionato il concetto di prospettiva e di utilizzo del colore in questo artista (successivamente anche gli altri Impressionisti si lasceranno catturare dalle stampe giapponesi). 

Édouard Manet, Ritratto di Zola, 1868, Musée du Louvre, Paris
Quindi, per entrare nel cuore di questo post è necessario partire dalla reazione che il dipinto in analisi suscitò quando venne esposto. 

Manet proverà a proporre l'Olympia al Salon des Refusés una prima volta nel 1863, ma l'opera verrà rifiutata, mentre quando (finalmente) la presenterà, nel 1865, la critica griderà allo scandalo. Pensate che, addirittura, vi furono tentativi da parte del pubblico di sfregiare la tela.

Come si spiega una simile reazione?

Non certo perché la protagonista è nuda. Di nudi se ne erano visti tantissimi, ormai da secoli. E nemmeno perché la sua postura, adagiata su un materasso, sia inedita. Anzi. 

Ebbene, a questo proposito, prima di giungere alle conclusioni, esploriamo alcune corrispondenze.   

Dovete sapere che, sempre presso il Salon des Refusés, esattamente due anni prima, cioè nel 1863, Alexandre Cabanel (1823 – 1889) aveva esposto, con grande successo, la Nascita di Venere, che come potete notare è altrettanto svestita e ritratta in una posa decisamente languida. Tanto per esser chiari sul suo trionfo, vi dirò che la tela verrà acquistata da Napoleone III per la sua collezione personale.

Alexandre Cabanel, Nascita di Venere, 1863, Metropolitan Museum of Art, New York

Eh, sì. Ma per intenderci, vale sicuramente la pena di comprendere chi sia questo autore. Cabanel è un accademico, un pittore pluripremiato, alquanto retorico, che ricorre alla mitologia classica per affrontare il nudo senza destare scandalo. Cabanel non va mai contro i gusti del pubblico: si adatta, anche vergognosamente. I suoi punti di riferimento sono esponenti della pittura neoclassica, come Jean-Auguste-Dominique Ingres e artisti del Rinascimento, come Tiziano. Cabanel non è di sicuro uno che vuole rischiare.

Ecco, prendiamo ad esempio la Venere di Urbino, di Tiziano (1490 – 1576). 

Tiziano Vecellio, detto Tiziano, Venere di Urbino, 1538, Galleria degli Uffizi, Firenze

Senza dubbio, Manet, nel momento in cui crea Olympia, avrà in mente questo dipinto, che aveva visto durante il suo viaggio in Italia: la posa delle due donne presenta moltissime analogie e il tenero cagnolino (che nel simbolismo mitologico voluto da Tiziano rappresenta la fedeltà) verrà sostituito dal gatto che tiene la coda alzata. Cabanel, invece, si limita a emularla.

Vorrei farvi notare, però, che anche Tiziano Vecellio aveva omaggiato il suo maestro, Giorgio da Castelfranco, detto Giorgione (1478 – 1510). Tuttavia, Tiziano prendendo ispirazione dalla Venere dormiente di Giorgione, per la sua dea, la renderà molto più ambigua: la sua protagonista non verrà più ritratta a occhi chiusi, ma con lo sguardo, un po’ trasognato e un po’ seduttivo, rivolto verso il visitatore. Ah, Tiziano, che marpione!

Giorgio da Castelfranco, detto Giorgione, Venere dormiente, 1510, GemäldegalerieAlte Meister, Dresden

E ora apprestiamoci a osservare La grande odalisca di Ingres, dipinta nel 1814.   
Jean-Auguste-Dominique Ingres, La grande odalisca, 1814, Musèe de Louve, Paris

Come indicato dal titolo, il dipinto raffigura un’odalisca collocata all’interno di un harem (Ingres dimostra così uno spiccato interesse per i soggetti esotici, tanto apprezzati dai pittori affini al romanticismo), distesa su un materasso semi disfatto, che ricorda molto da vicino quello sul quale si adagia la Venere di Tiziano (e anche quello sul quale Manet ritrae la sua Olympia). L’odalisca è ritratta di schiena ed è completamente nuda: questo elemento suggerisce che l’artista prese ispirazione da la Venere dello specchio, o Venere di Rokeby di Diego Velàsquez (1599 – 1660) , del 1648. L'artifizio dello specchio ci mostra quanto il pittore spagnolo fosse, a modo suo, molto audace. 

Diego Velàsquez, Venere di Rokeby, 1648, National Gallery, London

Tornando a osservare con attenzione il dipinto di Ingres, non possiamo far a meno di constatare che, il volto dell’Odalisca, il suo copricapo e il gioiello che indossa tra i capelli, riconducono inevitabilmente a Raffaello Sanzio (1483 – 1520) e alla sua Fornarina: ecco un’altra importante citazione ;-)       

Raffaello Sanzio, La Fornarina, 1519 circa, particolare, Galleria Nazionale d’Arte antica, Roma

Ci resta ancora un’ultima tappa prima di completare la nostra carrellata per arrivare a svelare il motivo per cui Manet, con la sua Olympia, arrivò a scuotere così tanto la sensibilità dei suoi contemporanei.

Tra gli artisti più apprezzati dall’autore di Olympia va senz’altro annoverato Francisco Goya (1746 – 1828), che Manet ebbe occasione di ammirare più volte, nella collezione di Luigi Filippo, al Louvre, oltre che durante i frequenti viaggi in Europa, e al quale si ispirò più e più volte. 

Francisco Goya, Maya desnuda, 1800 circa, Prado Museum, Madrid

La Maya desnuda di Goya è un’opera del 1800, circa, nella quale non viene raffigurata una dea, o un’icona di un mondo lontano ed esotico, bensì una giovane donna completamente svestita che mette in mostra con spregiudicatezza la propria sensualità. L’artista spagnolo non ricorre a nessun artifizio pittorico per coprirne i seni e il pube e, addirittura, la ritrae con uno sguardo provocante, irriguardoso, e diretto verso lo spettatore con aria di sfida. Per questo dipinto, Goya verrà chiamato a rispondere, nel 1815, davanti al Tribunale dell’Inquisizione, e in seguito si ritirerà (costretto) definitivamente dalle scene.

Adesso, che siamo arrivati alla resa dei conti, concediamoci di guardare di nuovo l’Olympia.

Édouard Manet, Olympia, 1863, Musée d’Orsay, Paris

Come potete notare, Manet applica i colori in modo piatto e per creare i contrasti cromatici accosta tonalità scure ad altre chiarissime, utilizzando una tecnica riconducibile alla pittura spagnola. La profondità dello spazio, ottenuta con i parametri classici, qui è del tutto assente, non esistono chiaroscuri, non esiste lo sfumato e questo deriva dai lunghi studi dedicati alle stampe giapponesi. Già questa innovativa tecnica pittorica spiazzerà il pubblico, ma la sua grande provocazione non si esaurirà qui. 

Il punto è che Olympia è completamente priva di retorica: la giovane in posa (nella quale è riconoscibile Victorine Meurent, amica e modella feticcio di Manet, che posò per ben 11 tele, dal 1862 al 1875, tra cui Colazione sull'erba, Mademoiselle V., La cantante di strada, …) possiede uno dei più diffusi pseudonimi che prendevano le giovani prostitute della Parigi di quegli anni: Olympia, giustappunto.

Il suo sguardo è sfrontato, la sua posa impudente.

Manet, Olympia, particolare del volto: Victorine Meurent, posando per Olympia, rivolge allo spettatore uno sguardo di sfida. Questa sfida alle convenzioni borghesi portò Théophile Gautier, poeta e critico, a scrivere: "Potremmo scusare la laidezza se fosse vera, studiata, rialzata da qualche splendido effetto di colore... qui non vi è altro che la volontà di voler attirare ad ogni costo lo sguardo"


Il braccialetto che porta, così come il cinturino stretto intorno al collo e le ciabattine che indossa la collocano esattamente nell’epoca contemporanea del pittore.


Manet, Olympia, particolare dei gioielli


Manet, Olympia, particolare delle ciabattine


Il gatto, nero come lo sfondo e nero come il volto della domestica, ha la coda alzata come se fosse spaventato dallo spettatore.

Manet, Olympia, particolare del gatto. Anche l'animale diventa testimone della violenza dello sguardo dello spettatore


Olympia induce turbamento nella coscienza e nel sentimento morale di chi la guarda perché il suo è uno sguardo duro, spietato, intriso di realismo.

L'espressione del volto della protagonista, il suo sguardo quasi assente, demotivato, frustrato, è quello di una donna sfinita dal mestiere di prostituta. Quella espressione parla direttamente alla borghesia che le sta di fronte, si rivolge a tutti i cosiddetti benpensanti, li sfida a guardarsi allo specchio, a riconoscersi nella propria ipocrisia, quindi li critica.   

Forse sarà inutile aggiungere - ma forse no - che, con Olympia e successivamente con Colazione sull'erba, presentato nello stesso anno, Manet si votò alla celebrità postuma.


Ecco, cari amici, siamo giunti alla fine di questo post. Prima di congedarmi per salutarvi e darvi appuntamento alla prossima settimana, vi pongo alcune domande:

Anzitutto, vi è piaciuto ciò che avete letto?

Cosa ne pensate?

Vi vengono in mente altre opere ispiratrici?...

Vi piacerebbe trovare altri articoli orientati a intercettare le innumerevoli connessioni e contaminazioni nel mondo dell'arte?

Un caro saluto e alla prossima!


BIBLIOGRAFIA:

Maurice Raynal, Jean Leymarie, Histoire de la peinture moderne - De Baudlaire a Bonnard - Albert Skira

Philippe Daverio, I capolavori dell'arte, Manet - Corriere della Sera editore

Philippe Daverio, I capolavori dell'arte, Goya - Corriere della Sera editore

Philippe Daverio, I capolavori dell'arte, Ingres- Corriere della Sera editore

Rinascimento, Skira editore

Bernhard Fabian, Cultural Treasures of the World - Klaus Dieter Lehmann ed.

G.C. Argan, Storia dell'arte italiana - Sansoni



ICONOGRAFIA:

Édouard Manet, Olympia, 1863, Musée d’Orsay, Paris, via Wikimedia commons – public domain

Édouard Manet, Ritratto di Zola, 1868, Musée du Louvre, Paris, via Wikimedia commons – public domain

Alexandre Cabanel, Nascita di Venere, 1863, Metropolitan Museum of Art, New York, via Wikimedia commons – public domain

Tiziano Vecellio, detto Tiziano, Venere di Urbino, 1538, Galleria degli Uffizi, Firenze, via Wikimedia commons – public domain

Giorgio da Castelfranco, detto Giorgione, Venere dormiente, 1510, GemäldegalerieAlte Meister, Dresden, via Wikimedia commons – public domain

 Jean-Auguste-Dominique Ingres, La grande odalisca, 1814, Musèe de Louve, Paris, via Wikimedia commons – public domain

Diego Velàsquez, Venere di Rokeby, 1648, National Gallery, London, via Wikimedia commons – public domain

Raffaello Sanzio, La Fornarina, 1519 circa, particolare, Galleria Nazionale d’Arte antica, Roma, via Wikimedia commons – public domain

Francisco Goya, Maya desnuda, 1800 circa, Prado Museum, Madrid, via Wikimedia commons – public domain  








20 commenti:

  1. Dico che penso bene di questo articolo e che se ne farai altri sulla stessa falsariga ne sarò ben contento. Hai anche svelato alcuni dettagli per me inediti di quadri che pure mi erano già tutti noti.
    Ho in effetti studiato solo pochi pittori al livello del dettaglio (realisti americani, preraffaelliti e simbolisti soprattutto) e non mi ero certo accorto che l'odalisca di Ingres indossasse lo stesso copricapo della Fornarina. Ma neanche avevo mai notato la presenza del gatto nero nel quadro di Manet...

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    1. Affare fatto, Ivano! ^^ Dopo questo intervento, di cui gioisco, mi impegno a produrre altri articoli dedicati alle connessioni. Il materiale su cui scrivere non manca di sicuro e, inoltre, amo particolarmente il tema. A proposito del gatto, che tra l’altro viene spesso ‘scomotizzato’, aggiungo che alcuni critici sono propensi a vedere nella sua coda un implacabile punto di domanda, che va a rafforzare il complessivo significato del dipinto. Il dettaglio sarebbe, dunque, posizionato lì come a dire: “cara borghesia, non ti sembra il caso di cominciare a porti delle domande? Sei così sicura di non rientrare nel girone degli ipocriti?”. Grazie del bel commento e alla prossima! :)

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  2. Se mi è piaciuto? Fantastico, riesci sempre a catturarmi! Adoro Manet come artista e mi intriga molto anche la sua storia personale. Il carnato di Olympia lo considero uno dei misteri più belli dell'Arte per la sua capacità di irradiare luce pura e sensazioni di morbidezza. Come hai sottolineato, la donna lancia uno sguardo di provocazione e sfida alla morale borghese. Alcuni critici vedono in quello sguardo anche una sorta di rivendicazione della sua forte indipendenza a livello sessuale: lei, unica padrona del suo corpo, si sarebbe concessa solo per compenso e al miglior offerente. In questo senso anche il gatto, creatura libera e indipendente per antonomasia, potrebbe rappresentare il simbolo dell'emancipazione e della libertà che la donna iniziava a rivendicare in quegli anni. Per quanto riguarda le contaminazioni nell'arte mi pare di aver letto che per Manet le rivisitazioni delle opere del passato dovessero servire a rendere più palese quell'intento rivoluzionario che i loro autori non avevano osato esprimere chiaramente. Forse l'ho letto; forse l'ho solo pensato, nel qual caso perdonami :-) Ti auguro una buona serata e spero vivamente di trovare altri articoli di questo genere.

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    1. Chi vede Olympia sfrontata perché emancipata ne ha ben donde, eccome. E ti dirò, Stella, che trovo la decodifica perfettamente complementare a quella che riportavo. Lo stesso criterio vale per il gatto. Del resto, la genialità di Manet implica "salti quantici", sia sul piano concettuale, sia sul piano esperienziale delle tecniche pittoriche. Era "troppo" avanti e, come spesso accade, inviso alla massa, soprattutto quella più pecoreccia. Anch'io lo adoro! Rispetto l'uso che faceva delle fonti ispiratrici intendevo esattamente ciò che sottolinei nel tuo commento: un utilizzo in ottica del superamento, il fine è evolutivo, quindi rivoluzionario: assolutamente, sì! Ma che meraviglia confrontarci su questi temi, proseguo senz'altro la nuova serie di articoli, grazie di cuore e buona serata anche a te :)

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  3. Clementina, hai fatto un grandissimo lavoro con questo articolo! Anch'io ne vorrei altri di questo genere... anzi, potresti inaugurare una vera e propria "serie". Per quanto riguarda il volpone Tiziano, avevo letto nei miei studi che sfornava soggetti erotici e di nudo per i suoi augusti committenti come Filippo II di Spagna. Per cui ci sapeva fare eccome. La modernità di Manet e il suo coraggio rispetto alla borghesia ipocrita sono innegabili. Mi ricordano, come si diceva, anche gli schizzi e i disegni di Toulouse-Lautrec nei bordelli parigini.

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    1. Grazie del complimento, dell’incoraggiamento e del bel commento, Cristina! :) Dici bene: Tiziano rappresenta in modo perfetto l’artista di qualità che preferisce scendere a compromessi con il potere, assecondandolo, mentre Manet e Toulouse-Lautrec si collocano agli antipodi tra coloro che avversano la società in cui vivono sbattendole in faccia tutte le sue contraddizioni. E non sarà solo la tensione alla provocazione ad accomunare questi due artisti (vorrei trattare il tema in futuro). Segnano le differenze, invece, la diversa estrazione (uno borghese, Manet, l’altro aristocratico, Lautrec) e il diverso tenore di vita: uno, seppure inviso alla critica, vivrà circondato dagli agi derivati dalla ricchezza familiare, l’altro abiterà le squallide camere dei bordelli parigini sfinendosi di alcol e assenzio. Alla prossima! :-)

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    2. Mi piacerebbe molto che tu trattassi anche Tiziano Vecellio e Lorenzo Lotto come il perfetto esempio di atteggiamento contrapposto rispetto al potere e alla fama. :-)

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    3. Ci provo, ovviamente con grande piacere! :)

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    4. Magari anche sotto forma di guest-post sul mio blog, che dici? ;-)

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  4. Come prima cosa rispondo subito alla tua ultima domanda: Sì! Mi piacerebbe leggere ancora articoli come questo. Complimenti, Clementina, davvero un percorso ricco di bellezza e di cultura, questo. E di sorprese: avrò visto l'immagine del dipinto di Manet, quante, cento? mille volte? Non avevo mai notato il gatto...ora mi sembra inconcepibile, eppure... Molto interessante il discorso delle analogie e delle corrispondenze. Insomma, un'altra grande prova de L'angolo di Cle!E ti chiedo, allora, il dipinto di Renoir "Nudo disteso visto di schiena", del 1909, non ricorda quello su citato di Velasquez? Davvero una bella pagina, stuzzicante e piena di bellezza. Ne abbiamo bisogno.

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    1. Grazie mille del bel commento, Lauretta! Non pensavo che il post riscuotesse questo entusiasmo, mi commuovo! Intanto, il gatto sta iniziando ad agitare la coda… scherzo ;-) Invece, per quanto riguarda il dipinto di Renoir, è esattamente come dici tu, cioè, ispirato alla Venere di Velasquez: ti ringrazio anche per la segnalazione :)

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  5. Interessante la storia dell'Olympia. Che il pubblico borghese benpensante dell'epoca ne fosse turbato per la propria coscienza sporca?

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    1. Sì, Marco, senza dubbio. Anche i benpensanti dell’epoca avevano le loro belle contraddizioni. Pensa che additavano modelle, ballerine, ma anche bariste e commesse (e in quegli anni stavano nascendo bistrot, brasserie e grandi magazzini un po’ ovunque), come donnette dai facili costumi. Praticamente mettevano al bando tutte le donne che lavoravano a contatto con il pubblico. In quel contesto, Manet presenta Olympia, che non è una dea, ma una prostituta di bordello, dipinta a grandezza naturale. La critica degli accademici, immediatamente definirà l’artista “persona non gradita ai salons” e, in seguito, gli farà intorno terra bruciata. Tre anni più tardi realizzerà il Pifferaio, che verrà bocciato, un po’ come tutti gli altri suoi lavori, perché la critica riconoscerà in esso il volto della stessa modella che aveva posato per Olympia, Victorine Meurent. Addirittura, qualche tempo dopo, Eva Gonzales, un’altra sua meritevole allieva, proporrà una tela all’esposizione, ma si vedrà respinta. Infatti, in quel dipinto, sono numerose le citazioni di alcuni dettagli dell’Olympia del maestro. Grazie del commento e alla prossima!

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  6. Splendido articolo che consente all'arte di Manet di emergere fino a diventare palese, chiara, cristallina. L'analisi approfondita di Olympia è talmente dettagliata nei particolari che, un qualsiasi fruitore, pur solo di immagini, ne coglie l'interezza della sua essenza. La sfrontatezza di Olympia e al contempo la sua trasparenza, diventano una sfida, un andare contro tutti i preconcetti e i pregiudizi del tempo. Anche la presenza del gatto assume un suo intrinseco significato. Grazie, Clem. Leggere e commentare i tuoi articoli, rappresenta per me uno spazio di crescita personale. Non smettere mai di curare questo angolo di cultura itinerante!

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    1. Come sempre i tuoi commenti mi emozionano, Annamaria, ti ringrazio di tutto cuore! Scrivere questi post è una forma di grande piacere, soprattutto quando riscontro questo entusiasmo che mi restituisce tanta soddisfazione.

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  7. Hai realizzato un grande lavoro, in particolare tutta la trattazione su Olympia è qualcosa di fantastico.

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    1. Benvenuto su L'angolo di Cle, caro Nick! Grazie di cuore, sei gentilissimo e a me piacciono tantissimo le tue trattazioni cinematografiche su Nocturnia, che ho già inserito nella blogroll :-)

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    2. Io farò lo stesso stanotte appena torno dal lavoro

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