lunedì 10 aprile 2017

Considerazioni semiserie sulle macchinine e l'arte della guerra









Osservando delle biglie di vetro, di quelle con gli inserti ondulati e colorati all’interno, su una fotografia scivolata per caso tra le mani, il mio cuore si è tuffato senza remore nei ricordi d’infanzia. Mi sono rivista a sei anni, mentre con un rapido movimento dell’indice opposto al pollice facevo scivolare, più veloci che mai, quelle piccole sfere sul marciapiede assolato dinanzi al palazzo nel quale vivevo.

Le biglie della mia infanzia
Una sciocca reminiscenza, probabilmente. Ma forse no.

Un attimo dopo, la memoria viene invasa dall’immagine di una gara con le macchinine, che si svolge sempre sullo stesso nastro d'asfalto. Protagonisti di quel gioco è un gruppetto di bambini e tra loro ci sono anch'io. Alcuni di voi si chiederanno come mai non giocassi con le bambole, ma i miei passatempi erano biglie, macchinine, salti ai fossati, guardie e ladri, corse pazze in bicicletta e sugli schettini,... Frequentavo la compagnia di mio fratello, o meglio, facevo di tutto per farmi accettare da quella comitiva, a mio giudizio molto più interessante e spassosa rispetto le noiose compagnie composte da bambine della mia età che abitavano nel quartiere. E poi quei ragazzi erano “grandi”, avevano almeno tre anni più di me, erano anche creativi e molto stimolanti. Ad ogni modo, la sfida di cui sto parlando mi lasciò molto perplessa all’epoca, perché non venne riconosciuta la vittoria a chi aveva vinto. Provate a indovinare di chi sto parlando!

Sì, sono io :-)
Se vi va di continuare a seguirmi, vi racconto come si svolsero i fatti.

Cinque concorrenti (Fabio, Enrico, Carlo, Roberto e io), una pista tortuosa e regole chiare: estromissione dal gioco allo sconfinamento del tracciato, vittoria assegnata al primo che avrebbe tagliato il traguardo. 

Già pochi minuti dopo l’inizio, Fabio e io ci troviamo in netto vantaggio rispetto agli altri, i nostri sorpassi e il modo in cui abbiamo tagliato le curve sono risultati molto più efficaci. Lui mi precede, di poco, ma mi precede. A circa mezzo metro dalla fine, riesco a passare in testa a tutti, distanziando di  qualche centimetro la macchinina del mio diretto avversario. Abilità, forse, ma anche un gran colpo di fortuna: sono emozionata. Poi, un attimo prima dello scatto finale succede qualcosa. Mi ricordo che il mio modellino è allungabile, si tratta di un Maggiolino Tutto Matto, che riproduce fedelmente la particolarità dell’auto protagonista del noto film Disney. Così, senza riflettere, spingo il dito sulla levetta, osservo il giocattolo estendersi leggermente e con soddisfazione effettuo il lancio finale tagliando il traguardo. A causa di quel gesto viene annullata la gara. Eppure il meccanismo del mio mezzo era ben noto a tutti i compagni, fin dall'inizio.

“Hai barato” disse Fabio “quindi, non hai vinto un bel niente!”
“Giusto” aggiunse Enrico, “è facile vincere con una macchinina truccata”
“Sei fuori” gridò indignato, Carlo.
“Potevi risparmiartelo” notò mio fratello, Roberto, con un certo sussiego “ti sei fregata con le tue stesse mani”

Probabilmente avrei vinto anche senza ricorrere a quell’espediente. Oppure no, ma perché l’avrò usato? Già, perché?

Grazie anche a quell’episodio, in seguito mi sono posta un sacco di domande, anche molto imbarazzanti, tipo: “è vero che il contrario di una verità è un’altra verità, oppure no?” :-D
Insomma, con l’andare degli anni ho cercato un po’ ovunque risposte ai miei "bizzarri" quesiti, ma non è sempre stato facile trovarne. In questa assidua ricerca, i miei più grandi alleati sono sempre stati i libri. Numerosissimi e di ogni genere, uno più avvincente dell’altro, ma ciascuno di essi andava a comporre un’interminabile collana di perle, nella quale ogni piccolo globo riconduceva a una possibile risposta spalancandosi, poi, ad ulteriori interrogativi.
Ecco, tra i tanti volumi cui mi sono accostata vorrei citarne uno in particolare, che non si è mai limitato a suggerire qualche spunto di riflessione, non si è mai fermato a voler sollevare qualche dubbio. Bensì ne ha evocati a bizzeffe e, nella stessa misura, ha fornito risposte. E continua a farlo. 


Parlo dei I Ching, Il Libro dei Mutamenti, una monografia che affonda le sue radici nel pensiero taoista. Tra i critici non è stato trovato un accordo sulla sua datazione – alcuni ritengono intorno al XII sec. a. C., altri sostengono intorno al VI sec. a. C. – e va anche detto che alcune parti vennero aggiunte in tempi successivi. Il testo, composto da due parti, nelle quali vengono sistemati 64 esagrammi (64 simboli composti da sei linee, uno diverso dall'altro e ciascuno dei quali rimanda a una spiegazione), talvolta è stato liquidato dagli studiosi occidentali come una raccolta di “formule magiche”, in altri casi come una collezione di sentenze troppo astruse per essere intellegibili, in altri ancora come qualcosa di poco valore. Nel 1948, Richard Wilhelm, uno dei più importanti sinologi di lingua tedesca, si decide a tradurlo e chiede a Carl Gustav Jung, psichiatra, psicanalista e antropologo svizzero, di scriverne la prefazione. Jung, affascinato dall’insistenza con cui L’I Ching si sofferma sull’importanza di conoscere se stessi, partendo dalla legge del perpetuo mutamento di tutte le cose, considera il libro una “sola, lunga esortazione a esaminare con cura il proprio carattere, il proprio comportamento e le proprie motivazioni” e aggiunge che “Non si possono mettere da parte alla leggera uomini della statura di Confucio e Lao-tse quando si sia in grado di apprezzare la qualità del pensiero che essi rappresentano; e meno ancora si può sorvolare sul fatto che l'I Ching fu la loro principale fonte d'ispirazione” Così facendo pone le fondamenta sulle basi della teoria della Sincronicità.

Vi dico subito che sarebbe impossibile, almeno per me, tentare di addentrarmi nella disamina di questo capolavoro – oltretutto, in un unico post. Figuriamoci! – e, quindi, seguendo la falsariga della mia perlustrazione mnestica, arrivo al dunque.

Molti anni più tardi, continuando la mia stravagante ricerca, sono incappata in un altro trattato orientale, questa volta di taglio squisitamente militare. Mi riferisco a un libro del III sec. a.C., a sua volta ispirato a L’I Ching e attribuito a un certo Sun Tsu: L’Arte della guerra
La grandezza di questo testo, secondo me, non sta nel proporre soluzioni a tutti i tipi di situazioni, ma semmai nel fotografare l’ultima proposta strategica a un conflitto, mettendo in evidenza tutte le possibili condizioni che si potrebbero presentare, l’una dopo l’altra, fino al raggiungimento della vittoria. In questo modo il libro esamina tutte le variabili che si vengono a presentare in condizione di scontro, di guerra. Ma ancora più affascinante è scoprire che il concetto di conflitto, oltre ad includere le sfide e le aggressioni, si allarga a tutto ciò che ci capita all’improvviso e ci costringe a rimetterci in gioco. Quindi la guerra può essere intesa anche come interna a noi stessi.

Estendendo ulteriormente quest’astrazione L'Arte della Guerra spiega che spesso siamo noi stessi la causa dello scontro e il nostro modo di vedere il mondo come “ingiusto” è sintomo di una mancata presa di coscienza dello stato delle cose.   

Vi assicuro che la sua lettura è seducente, tuttavia, anche in questo caso – perdonatemi, se vi riesce – mi limiterò a lambirne i contenuti e a sfruttarne alcuni passaggi per colorare a tinte allegre le mie divagazioni. J

Ecco qui gli stralci cui accennavo:

La condotta della guerra si fonda sempre sull’inganno
In ogni conflitto le manovre regolari portano allo scontro, e quelle imprevedibili alla vittoria
Combatti con metodi ortodossi, vinci con metodi straordinari

Ricollegandomi all’escamotage della macchina allungata, che usai durante  la fatidica disputa, queste sembrano le risposte: era sorprendente, divertente, straordinario. Ma soprattuttoera vincente, benché i miei buffi compagni di gioco non fossero riusciti a riconoscerlo! ;-) 

Bene, cari amici, il post semiserio di oggi si chiude qui. Prima di salutarvi vi invito a rispondere alla domande che seguono e vi do appuntamento tra un paio di giorni sul blog di Cristina M. Cavaliere, Il Manoscritto del Cavaliere, sul quale sarò ospite con un nuovo post.


Calunnia, Sandro Botticelli, 1496, Uffizi, Firenze- fonteI Maestri del Colore - 8 -Botticelli, Fabbri, 1963


Vi è mai capitato di essere vittima di un pregiudizio, anche minimo?

Quali “mancanze” vi sono state attribuite? :-)


Come avete reagito? E che effetti ha prodotto la vostra reazione?


Un caro saluto e arrivederci alla prossima!


BIBLIOGRAFIA:
L’Arte della Guerra, Sun Tsu, Enaudi
I Ching, Il Libro dei Mutamenti, a cura di Richard Wilhelm, prefazione di C.G. Jung, Adelphi

ICONOGRAFIA:
Statua di Sun Tzu in Yurihama, Tottori, Giappone – fonte: Wikipedia
Calunnia, Sandro Botticelli, 1496, Uffizi, Firenze – fonte:  I Maestri del Colore – 8 – Botticelli, Fabbri, 1963

Anche le altre immagini (ad esclusione del mio foto-ritratto) sono state liberamente tratte dal web 


16 commenti:

  1. Avevo 7 anni e facevo la seconda elementare. Era stato indetto un concorso nella scuola, bisognava fare un disegno, tema Caino e Abele. Straordinariamente feci il disegno più bello della classe, che fu scelto per rappresentare la classe. Ma la bambina che normalmente faceva il disegno più bello non ci stette..... e strappo il mio disegno! Beh, se a livello istituzionale la cosa fu redarguita non lo ricordo, ma il pugno in piena faccia che le mollai si! Conseguenze? Le ho rotto il setto.
    Bellissimo il tuo escursus sulla Verità. Proprio in questi giorni mi sono fermata a riflettere su questo concetto. Ho visto 2 documentari su YouTube, uno parla del Vangelo di Giuda, l'altro di quello di Tommaso. E sono arrivata alla conclusione che non esiste una verità assoluta, ma la verità del punto di vista dell'osservatore. La domanda successiva è:quale verità fare tua? Quella che più ti risuona in quel momento, mantenendo chiaro in mente che non è assoluta e che se domani cambierai la tua verità cambierà con te.
    Sono un tipo elastico! Ma non strappate i miei disegni! Hahahaha. Bacii

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    1. Oh, finalmente riesco a rispondere! Mi scuso (con tutti) per il ritardo con cui lo faccio, ma ieri ho avuto problemi di connessione altalenante. L'episodio che racconti è a dir poco esilarante e, allo stesso tempo, perfettamente calzante :D Di sicuro è sempre difficile stabilire dove stia la verità, e a questo proposito i filosofi si sono "massacrati" a cercare di trovare una risposta soddisfacente. Direi che Popper sia quello che meglio di molti altri ha provato a darne un senso! Comunque, meno male che io non ho mai toccato nemmeno uno dei tuoi disegni ;-) :-D ^_^

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  2. Ognuno di noi è stato vittima di un pregiudizio. E' nelle cose della vita, nell'esistere e nel suo continuo e incessante mutamento. Formiamo il nostro carattere già nei primi anni dell'adolescenza, ed è allora che ne avvertiamo limiti e conflittualità che col tempo tenderemo ad analizzare per convergere verso un equilibrio più stabile. Ogni tratto di questo splendido articolo, che partendo da un ricordo dell'infanzia, ci proietta nel futuro, siamo di fronte a un'analisi che diventa incontro e scontro con noi stessi. La lettura apre gli orizzonti, ci mette di fronte a modi di pensare e di agire diversi dal nostro, producendo in noi confronti e dissonanze che ci spingono ripetutamente a interrogarci. Non esiste un atteggiamento di vita perfetto, lineare. Ogni sbaglio che facciamo ci induce a riflettere e a modificare, se necessario, i nostri comportamenti successivi. Così come quando facciamo delle cose che riteniamo giuste, e magari sono sbagliate per gli altri. La verità risiede nel confronto leale e democratico con i nostri simili, dai quali impariamo a fare o non fare determinate cose. Grazie, Clem, per questa altra perla del tuo blog!

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    1. Cara Annamaria, grazie infinite per lo splendido commento, nel quale metti in luce una serie di aspetti fondamentali coi quali mi trovo in perfetto accordo (forse non completamente sul periodo di formazione del carattere, che tenderei a rintracciare ancora prima). Inoltre, mi ha colpito molto il passaggio sul confronto leale e democratico, che sposo al 100%: se l'umanità riuscisse ad educarsi al dialogo ne trarrebbe solo grandissimi benefici. Grazie, Annamaria!

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  3. Intanto ti dico subito che non vedo l'ora arrivi mercoledì per poter pubblicare il tuo bellissimo post in pompa magna! Come seconda cosa ho letto con molto interesse questo nuovo articolo. Ho molto sentito parlare anche dell’Arte della guerra. Non vorrei sbagliare, ma proprio qui si dice che occorre conoscere se stessi per conoscere anche il proprio nemico.

    Ho avuto un'esperienza molto simile a quella di Elisabetta... A proposito, ciao, Eli! ;-) Sono sempre stata molto brava nel disegno e nella pittura, senza false modestie, e alle elementari ero stata selezionata con altre due bambine per costituire un gruppetto che avrebbe preso lezioni supplementari nella pittura a olio. Un giorno stavo dipingendo una natura morta quando un'altra bambina, che pure era una mia amica o almeno fingeva di essere tale, si era avvicinata, aveva osservato lo sfondo azzurro e aveva detto: "Io darei qualche pennellata di bianco," e, detto fatto, aveva spennellato lo sfondo. Tengo a precisare che la maestra non era presente, forse era andata un attimo fuori dalla stanza. La bambina era la sua preferita. Al suo ritorno, aveva osservato il quadro e aveva esclamato: "Ma che cos'hai combinato? Che pennellate crude hai dato!" riferendosi ovviamente al bianco. Io ovviamente c'ero rimasta malissimo e l'avevo vissuta come una grande ingiustizia. Sono sempre stata convinta che se la maestra avesse saputo chi ne era l'autrice, avrebbe cambiato parere.

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    1. Che bello questo incrocio di commenti, anch'io vi saluto carissime ragazze!
      Grazie di cuore, Cristina per la tua testimonianza.Chiaramente siamo stati tutti vittime di qualche pregiudizio, come sottolineava anche Annamaria, ai quali ognuno di noi reagisce in modo diverso. Mai come quelli che ci hanno visti protagonisti da bambini lasciano un segno indelebile, poi. E qui devo dire che per certi versi invidio la capacità di reazione di Elisabetta! :D ;-) Indubbiamente, il contributo dei libri è inestimabile nel fornire chiavi di lettura o semplicemente ispirazioni a modelli di comportamento, senza trascurare eventuali immaginarie vie di fuga e qui la fanno da padroni thriller, horror, fantascienza & co! :D. Non sbagli affatto riguardo all'indicazione di conoscere se stessi almeno quanto il nemico fornita da L'Arte della Guerra, in particolare il testo si sofferma sull'importanza di approfondire la conoscenza di entrambi, perché l'una senza l'altra non basta. E' un testo veramente molto sottile, raffinatissimo, che merita di essere letto, se non addirittura studiato. Organizza i temi con una precisione chirurgica, senza trascurare il minimo aspetto e contiene un'infinità di passaggi sorprendenti, ad esempio come quello relativo all'uso delle spie. Insomma, una meraviglia!... A domani, dunque! ^_^ :-)

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  4. Post forse semiserio ma comunque molto bello!
    A proposito delle meravigliose biglie, io avevo anche quelle di plastica e un po' più grandi con dentro le foto dei ciclisti. Le usavamo sulla spiaggia per fare le gare nei circuiti di sabbia.
    Mentre per quel che riguarda i giochi sull'asfalto, ricordo che una volta - avevo sette anni - venne a trovarmi una bambina mia lontana parente e, forse perché era un po' più grande di noi, assunse lei la direzione dei giochi e coinvolse me e i miei due amici nel gioco della campana, tipico "gioco da femmine". Ricordo che, al di là del gioco, ero soprattutto ipnotizzato dalla grazia dei movimenti della mia biscugina. Sarei stato anche pronto a sposarla su due piedi!

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    1. Caspita, certo che ricordo le biglie coi ciclisti, ho giocato anche con quelle, al mare, in colonia. Tra l'altro, la fase preparatoria del gioco era divertentissima perché uno del gruppo si sedeva e veniva trascinato per le gambe per
      "disegnare" la pista! :D Sui giochi d'infanzia bisognerebbe scrivere un'enciclopedia. Leggendo il seguito del tuo commento mi convinco sempre più che aver preso parte ai giochi dei nostri corrispettivi dell'altro sesso da piccoli - sia pure in modo occasionale - sia stata una gran fortuna: si è trattato di sperimentare un mondo "altro", sempre molto arricchente per la formazione del carattere. Grazie, Ivano, il tuo passaggio mi è piaciuto moltissimo! :)

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  5. Ciao Cle, sono nata nel '91 ma con le biglie c'ho giocato anche io. Quanta nostalgia...Erano stupende!

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  6. Ciao Roberta, benvenuta e grazie mille di questo gran bel commento! Hai ragione, le biglie sono uno splendido gioco di squadra intergenerazionale, di quelli che si imprimono nel cuore e nella mente. Anche la miscellanea di colori delle sfere in movimento è un po' ipnotica, insomma, c'è una bella magia nelle biglie! A presto 😊

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  7. Sono una inesauribile fonte di conoscenze e cultura, i tuoi articoli, cara Clementina, sono graditissimi. Arrivo con notevole ritardo, ma ti dico subito che "L'arte della guerra" è nella lista dei libri da comprare da almeno un paio d'anni. Mi intrigava e mi intriga ancor di più adesso che ho letto il tuo articolo, ma l'ho sempre messo dietro a qualche altro titolo. Prima o poi rimedierò. Il mio pregiudizio, o meglio quello di cui sono stata vittima, risale alla tenera età di otto anni, quando ero in terza elementare. Nel mio caso la cocchina dell'insegnante ero io (!), lo ammetto e questo mi pesava molto, ma non potevo farci nulla. Ricordo che mia madre diceva che era una cosa buona essere la preferita e io piangevo perché le altre bambine mi odiavano (ovviamente). Comunque una mattina la maestra Maria Rosaria uscì dalla classe per un po', lasciando a me l'incombenza di ascoltare le letture di due bambine e dare poi un voto. Volevo vomitare per la vergogna, ma ligia com'ero portai a termine il compito e assegnai un otto a Cristina e un cinque a Marina (Marina era all'epoca la famosa "ultima" della classe, ce n'era sempre una ai miei tempi). Insomma quell'anno Marina fu bocciata e io rimasi fermamente convinta che la colpa fosse stata mia, anche perché tutta la classe mi odiò e mi giudicò come puoi immaginare, facendomi sentire responsabile. Un trauma dolorosissimo. Ho sofferto per un periodo lunghissimo per questo "incidente", al punto che l'anno successivo non volevo rientrare a scuola! Forse anche per (o grazie a) questo però ho imparato presto a cercare di leggere le cose anche da un altro punto di vista. Quello della cocca della maestra, per esempio. Non sapete quanto si soffre!!! :)

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    1. Accipicchia, cara Lauretta, la tua testimonianza è formidabile e ti ringrazio tantissimo per averla pubblicata! Sembra che la tua insegnante ti abbia "gettata in caduta libera senza paracadute", che se vogliamo, è anche il più grande degli insegnamenti. Ma ha un costo elevatissimo, come hai ben evidenziato. Forse la maestra Marina è stata persino più lungimirante di quanto lei stessa immaginasse. Insomma, non è facile stabilire quale sia il percorso educativo "giusto", ma direi che, pur facendo la necessaria tara, conta il risultato finale. Il fatto che, in seguito, tu sia riuscita a comprendere di dover ribaltare il punto di vista prima di esprimere un giudizio – su qualsiasi questione, mi pare di intendere – è il punto focale. Riallacciando le tue conclusioni a Sun Tsu, mi viene in mente un passaggio ne “L’arte della guerra” che recita: “Prevedere una vittoria evidente, come chiunque può prevederla, non è vera abilità”. Quindi, mia carissima amica, la tua esperienza, per quanto traumatica e dolorosa, è stata indubbiamente formativa e anche grazie ad essa tu oggi sei quello che sei, una grande donna. Un forte abbraccio!

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    2. Infallibile, Clementina! Bella frase che hai estrapolato da "L'arte della guerra", la faccio mia!

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