lunedì 26 settembre 2016

Emozionarsi a teatro con i racconti sulla Resistenza




Roberto Curatolo è l’autore del testo di Storie minime in una vicenda massima un’importante opera imperniata sul tema della Resistenza, nella quale si alternano il linguaggio della prosa – attraverso la recitazione di cinque racconti letti dallo stesso Curatolo insieme a due attori pieni di talenti straordinari, Federica Toti e Ignazio Occhipinti – e  il linguaggio musicale – con musiche e liriche di Tiziano Mazzoni, coadiuvato dai musicisti Ettore Bonafé e Gianfilippo Boni.


Lo spettacolo, presentato lo scorso 23 settembre presso l’Auditorium di Rescaldina, è stato patrocinato dal Comune di Rescaldina – Assessorato alla cultura  e si inserisce nell’alveo di un programma ricco di appuntamenti messi a punto dalla sede ANPI Rescaldina.

Qui di seguito vi riporto la mia RECENSIONE:


Impetuoso e pieno di situazioni incalzanti e febbrili, come devono essere stati i giorni della Resistenza, Storie minime in una vicenda massima offre grande protagonismo alla figura femminile, nel suo ruolo decisivo in quel particolare contesto memorabile, e riflette in modo mirabile le passioni e i dubbi di questi giovani partigiani.

Il testo riscopre la potenza di un dramma storico nel quale coesistono sia lo sdegno che anima la lotta partigiana, quanto il vicolo cieco in cui, talvolta, questo sdegno può incappare.

È per questo che Curatolo mette al centro dei suoi racconti la tragedia umana che ha travolto l’esistenza di tutti coloro che sono stati coinvolti, direttamente o indirettamente, nello scontro tra difensori della libertà e oppressori. Un dramma che non si esaurisce con la fine degli avvicendamenti, con la fine della guerra, o con la fine della vita degli stessi protagonisti, ma che prosegue di generazione in generazione, fino ad oggi.




Tuttavia, all’autore non interessa fornire una visione manichea, dove i buoni sono nettamente distinti dai cattivi (per quanto sia chiarissimo il suo schieramento dalla parte di chi ha lottato – anche a costo della propria vita – per i valori di libertà e giustizia) ma semmai intende restituire un quadro dal quale si evince che il delicato passaggio dalla dittatura alla democrazia nasce dalla sommatoria di microscopiche storie di personaggi che, pur avendo contribuito in varie forme alla lotta partigiana, sono rimasti nel cono d’ombra dell’anonimato.

Curatolo in quest’opera si rivela affascinato dalla condizione umana, dalla coesistenza di fattori opposti, come la forza e la fragilità, negli uomini e le donne che hanno scelto di mettersi in gioco sfidando il proprio destino e lo spettatore non può fare a meno di seguirlo in questa avventura. 


Nel primo racconto incontriamo Gigi e il Moro, due ragazzi uniti, da sempre, dalla passione per la montagna, che si ritrovano a vivere l’esperienza della guerra e, dopo la fatidica data dell’8 settembre del ’43, sentendosi traditi e abbandonati al massacro, vivranno anche quella della lotta partigiana. La loro è la storia di una grande amicizia, di un sentimento profondo che continuerà ad esistere anche dopo la morte di uno dei due, coltivata dall’affetto e dal ricordo della condivisione di grandi ideali.

Nel secondo testo narrativo troviamo la prima figura femminile: una giovane ventenne che sceglie di rischiare la propria vita per la libertà. Lori, figlia di un operaio della Breda e di una sarta, da quattro anni fa i conti ogni giorno con i costanti coprifuoco cittadini, i bombardamenti, la disperazione, la depressione e la miseria della gente che la circonda. Nonostante la sua giovinezza, quando le viene chiesto di prestarsi alla lotta partigiana, svolgendo il ruolo di staffetta, fa emergere tutta la sua tempra morale e accetta senza paura. “La libertà del mio Paese dipende anche da me”, le fa dire Curatolo, prima di lasciarla al suo destino per presentarci gli altri protagonisti.

Ma come già accennato in precedenza, non esiste retorica nella narrazione di Curatolo e per comprenderlo appieno basta guardare la figura del “il giustiziere”, il protagonista del terzo racconto, per rendercene conto. Qui ci viene raccontata la storia di un gappista – cui l’autore decide di non assegnare un nome – che per obbedire agli ordini del suo comandante uccide, con un colpo di pistola alla nuca, un uomo accusato di essere un aguzzino, un turpe torturatore. Da quel momento vive nel brivido del rimorso e non si darà mai pace, soprattutto dopo che scoprirà, diversi anni più tardi, che quella vittima era un povero innocente erroneamente scambiato per un’altra persona, oltre che padre della sua futura compagna, la madre dei suoi figli. 

Nel quarto episodio ricompare il protagonismo femminile che torna rivestendo i panni della madre di Rodolfo, un giovane sospettato di aderire all’ideologia partigiana. Di lui si sa soltanto che aveva partecipato a riunioni partigiane, niente di più. “Aveva solo delle idee” ripete più volte la donna. Vengono, pertanto messe in luce, da una parte, la disperazione di questa donna freneticamente alla ricerca del proprio figlio e , dall’altra, le sevizie e le torture cui venivano sottoposti gli oppositori del regime fascista. Dopo aver invano tentato di ritrovare il figlio, setacciando tutta Milano e rivolgendosi anche al carcere di S. Vittore, le viene consigliato di orientare le ricerche in via Paolo Uccello, a Villa Fossati, il lugubre luogo che i milanesi avevano ormai ribattezzato con il nome di  “Villa Triste”. Sarà un’altra donna, un’anziana signora incrociata per caso accanto alla mesta dimora, che le svelerà le atrocità compiute dal reparto speciale della polizia capeggiato dal comandante Koch e coadiuvato dal frate Epaminonda Troya, conosciuto ai più con lo pseudonimo di Padre Ildefonso.  

Chiude il ciclo delle narrazioni un’altra donna. Questa volta si tratta della moglie di un giovane combattente, da poco divenuto padre, catturato e ucciso nel ’44 sulle alture dell’Appennino emiliano. Voce narrante di quest’ultimo episodio è il nipote che, a distanza di quarant’anni, ripercorre insieme al padre il sentiero che conduce al luogo della fucilazione del nonno. La presenza di un testimone oculare, incontrato casualmente, aiuterà i protagonisti a riappropriarsi dell’agghiacciante dinamica che ha segnato le ultime ore di vita del proprio congiunto. Il racconto si conclude ai nostri giorni con la donna che, ormai novantenne e profondamente amareggiata dalla situazione in cui versa il nostro Paese, rivolgendosi al nipote si interroga sull’utilità del sacrificio suo e del marito.

Ma Storie minime in una vicenda massima non è solo la somma di tante piccole, grandi, realtà, ma è anche un affresco corale di un momento assolutamente generativo della nostra storia caratterizzato da scelte coraggiose e disinteressate. 

Ed è così che le due ore di spettacolo, tra i racconti intercalati da splendide canzoni ed un eccellente accompagnamento musicale, scorrono via veloci lasciando tutti fortemente emozionati. 


E per non farci mancare proprio niente arriva il saluto finale sulle note di una struggente e meravigliosa Bella Ciao, nella quale il virtuoso violino di Pietro Castelli si incrocia con le sonorità degli altri strumenti. 





Dopo questa recensione ho scelto di coinvolgere l’autore proponendogli di rispondere ad alcune domande su Storie minime in una vicenda massima. Prima di mostrarvi cosa mi ha raccontato di sé e della sua opera vi restituisco una sua BREVE BIOGRAFIA:



Roberto Curatolo, scrittore, Medico del Lavoro, studioso di Psicologia dei Comportamenti, nasce a Verona, dove trascorre l’infanzia.


Poco più tardi si trasferisce a Milano, città dove tuttora risiede e cui si lega la sua formazione intellettuale.
Sempre a Milano incontra Giuseppe Pontiggia e diventa suo allievo, seguendo i corsi di scrittura creativa che il grande saggista e narratore aveva fondato.

Da sempre interessato alla realtà di coloro che rimangono ai margini della società, ai chiaroscuri dell’esistenza, al disagio esistenziale e, dunque, alla vasta zona d’ombra in cui si situa la maggior parte dell’umanità, lega prevalentemente a questo nucleo tematico gran parte della sua produzione letteraria.

Nel 2001 pubblica, con Manni Editore, il romanzo Ai margini dell’ombra e nel 2006, sempre con lo stesso editore, dà alle stampe una superba raccolta di racconti, Lampi di buio.
Nel 2009, con la collaborazione del cantautore Massimo Priviero, dà vita allo spettacolo musical letterario Dall’Adige al Don nel quale narra il dramma degli Alpini in Russia, durante la Seconda Guerra Mondiale. 
Nel 2015 edita il testo teatrale Storie minime in una vicenda massima
Il mese venturo uscirà, edito da Manni Editore,  Vite in chiaroscuro, che chiuderà la sua trilogia sull’ombra e la luce


Ed ecco ora il contenuto dell’INTERVISTA:


Com’è nata la relazione con Anpi Rescaldina? È una relazione piuttosto recente. Anni fa, con alcuni amici, avevamo dato vita ad un’associazione culturale chiamata Cultural Box e con la quale proponevamo la presentazione di alcuni libri. Uno di questi era un diario di straordinaria efficacia e livello letterario scritto da un intellettuale, Eros Sequi, partigiano e addetto culturale dell’ambasciata italiana a Zagabria, nel 1943. Lo pubblicammo e iniziammo a presentarlo nelle varie sedi Anpi e tra queste c’era anche Rescaldina. Da allora, circa tre anni e mezzo fa, è nata una collaborazione incessante. Mi sono anche iscritto all’Anpi di Rescaldina, pur abitando a Milano.

Qual è il tuo rapporto con l’universo dei partigiani? Avevo scritto e pubblicato alcuni racconti che si occupavano di questo tema. Mi ha sempre molto interessato una visione antiretorica della Resistenza, le storie minime, tant’è che questo spettacolo che ho messo in scena si chiama appunto Storie minime in una vicenda massima perché credo che la vicenda storica della Resistenza sia una vicenda di grandissimo rilievo, ma che è nata da questo serbatoio di piccolissime storie. Non dobbiamo pensare solo agli episodi più noti, storici e drammatici, ma anche a quella straordinaria rete di supporto, aiuto e collaborazione che c’è stata da parte di persone che sono rimaste totalmente anonime. Questo evento storico mi ha particolarmente interessato e, per citare una mia amica, la partigiana Lidia Menapace, lei sostiene che la Resistenza è stato l’unico episodio nella storia del nostro Paese in cui l’italiano non ha pensato giucciardianamente al suo particulare, ma ha pensato in maniera disinteressata e assai coraggiosa alla conquista di una speranza di libertà.

Ha ancora senso difendere i partigiani oggi? Certamente sono cambiate completamente le condizioni storiche, però nello stesso tempo possiamo vedere, più all’estero che da noi, un riaffermarsi di ideologie che sembravano completamente tramontate. Basti vedere come anche recentemente in paesi democratici, come la Germania e l’Austria, ci sia un’affermazione così decisa di una salita di formazioni xenofobe, razziste, che si richiamano spesso ad ideali di natura neonazista. Addirittura ancora più clamoroso è il caso di paesi che hanno avuto a lungo governi comunisti, come l’Ungheria e l’Ucraina, dove vi sono al governo formazioni di estrema destra. Ecco, questo significa che, purtroppo, bisogna mantenere ancora alta la vigilanza e credo che noi abbiamo bisogno continuamente di rilanciare la democrazia. La democrazia non è mai qualcosa di definitivamente acquisito. Parlare oggi di quel periodo così importante, in cui il Paese ebbe uno slancio ideale così rilevante, serve molto per riaffermare i principi di libertà che hanno portato alla nostra Costituzione e alla nostra democrazia.  Questi concetti non devono rimanere dei contenitori vuoti, per cui bisogna riempire questi contenitori. Credo che siamo in una situazione storica abbastanza pericolosa.

Com’è nata l’idea di dar vita allo spettacolo Storie minime in una vicenda massima?  Sono circa sei o sette anni che mi sono avvicinato alla scrittura teatrale. Mi è capitato di occuparmi di eventi riguardanti la Seconda Guerra Mondiale in Russia. Me ne ero occupato per due motivi: mio padre era un reduce della ritirata di Russia, mia madre aveva avuto un fratello morto in Russia, un ufficiale degli Alpini che era stato anche decorato. Quindi, di questi fatti ho sempre sentito parlare nella mia infanzia e adolescenza e di queste cose ho scritto. Un amico mi disse che un cantautore veneziano, Massimo Priviero, aveva scritto delle belle canzoni, con dei bei testi, sullo stesso tema. Ci siamo messi in contatto, conosciuti e piaciuti e in questo modo è nata l’idea di mettere insieme i miei testi e le sue canzoni. Così è nato Dall’Adige al Don.

Cosa volevi mettere in luce con quest’ultima opera e come sono nati i vari personaggi?  Una caratteristica che accomuna il lavoro sul tema degli Alpini all’opera teatrale più recente è la volontà di dare rilievo alla figura femminile. Parlando della guerra, che è sempre stata raccontata dai maschi, i soldati erano maschi e gli storici erano maschi, c’è stato un occhio poco attento alle figure femminili. Per esempio, se per un soldato che torna dal fronte la guerra ad un certo punto finisce, per una madre che ha perso il figlio, una moglie, una fidanzata che ha perso il fidanzato, la guerra rimane un segno indelebile. Anche in quest’opera teatrale ho pertanto ritagliato dei ruoli femminili ad hoc: la ventenne che decide di fare la staffetta partigiana e di rischiare la propria vita per un ideale di libertà; successivamente c’è la figura di una madre di un giovane che è stato trasportato a Villa Triste, dove avvenivano torture contro i partigiani o sospetti partigiani e vediamo la disperazione di questa madre che dice: “mio figlio non ha fatto niente, aveva solo delle idee”. Del resto il ruolo femminile nella Resistenza è stato decisivo per quella rete di supporto, non solo di trasferimento di messaggi o materiali, ma anche supporto infermieristico, logistico, vestiario, alimenti, eccetera,  che ha fato ‘sì che queste formazioni partigiane potessero resistere nelle condizioni drammatiche in cui si trovavano. Oltre ad essermi appassionato nuovamente al teatro, ho rispolverato una vecchia passione, che è quella della recitazione che risale molto in là nel tempo, perché quando avevo sei o sette anni andava di moda un film che si chiamava Marcellino pane e vino e avevano deciso di fare un casting per una rappresentazione teatrale. Mia madre, che si era sempre tenuta lontana da queste cose, mi accompagnò a partecipare al casting e fui scelto per il ruolo di Marcellino. Da allora, anche se in maniera intermittente, ho fatto qualcosa a teatro e ora mi diverto a recitare in occasione delle mie rappresentazioni.

Un altro aspetto che ho colto durante la rappresentazione di Storie minime è che tu non intendi fornire una visione manichea della storia. Cerco sempre di evitare la retorica e credo che in tutte le guerre ci siano luci ed ombre, l’oro e il fango, come direbbe Lidia Menapace. Seppure non ho dubbi sulla scelta di dove schierarmi, tra chi difese la libertà e chi si mise al fianco degli occupanti e dei torturatori, non mi piace una visione oleografica della Resistenza. Ci sono stati episodi di violenza a volte gratuita e ho inserito, pertanto, l’episodio che hai citato tu, di una persona che pur avendo dato il meglio di sé, ha commesso, spinto anche da chi lo dirigeva, un errore molto grave e involontario, cioè l’esecuzione di una persona individuata per errore come il capo della polizia segreta fascista e ho inteso con questo rappresentare la possibilità che ci siano stati degli errori, anche se minoritari. Mi interessava inserire nel mio lavoro anche questo aspetto. Diciamo che l’inserimento di questo racconto nell’opera teatrale non è stato molto gradito da alcuni esponenti dell’Anpi, che mi hanno un pochino criticato per aver inserito una pagina oscura, però io non ho paura di questo. Non sono questi episodi, tra l’altro questo nel caso specifico è frutto della mia creazione letteraria, che inficiano la bontà globale di un evento storico così rilevante.

Devo dire che io ho molto apprezzato quest’inserimento. Continuando con la genesi dei personaggi, cosa aggiungeresti? Il primo racconto nasce da un testo che avevo scritto qualche anno fa e si concentra sul tema dell’amicizia, molto presente nelle realtà belliche. Per uscire dalla retorica ho voluto sottolineare che l’amicizia resiste anche senza passare attraverso il sacrificio gratuito. Il secondo racconto è ispirato a Onorina Brambilla, moglie di Giovanni Pesce e mi serviva per valorizzare le donne giovani che hanno scelto di diventare partigiane. Il terzo è quello del giustiziere, di cui abbiamo parlato poco fa. Il quarto è quello di Villa Triste ed il racconto più vicino alla storia vera. Si parla esplicitamente di Pietro Koch, il capo dei torturatori e di Epaminonda Troya, Padre Ildefonso, che suonava durante le torture. Tra l’altro l’amnistia del ’46 fece ‘sì che quest'ultimo uscisse dal carcere. Cito anche Osvaldo Valenti, attore famoso a quei tempi, che frequentava la villa. Con il quinto racconto ho cercato di chiudere il cerchio. Qui la donna protagonista si chiede quale sia il significato del sacrificio di tante vite partigiane. Io credo che il significato ci fosse. Non sono disfattista. Se abbiamo vissuto in pace per tutti questi anni è grazie a quei sacrifici.  

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Al di là del fatto che le iniziative teatrali si scontrano con la mancanza di fondi per la cultura (…) ho promesso a me stesso di portare avanti il massimo impegno per lo sviluppo culturale. Purtroppo l’ipocultura è dilagante e mi fa molto paura. Quindi il proposito è di portare avanti il lavoro letterario, non solo il mio, per far arrivare a più persone dei semi culturali. Soprattutto mi interrogo su quali strumenti usare per far breccia negli interessi dei più giovani.



24 commenti:

  1. Pagina bella, ampia ed esauriente, di grande interesse.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ti ringrazio, cara Nadia e sono onorata di ospitarti in questo salotto! Sei la prima a commentare questo post, che oltretutto tratta un tema tutto sommato divisivo, e sapere che lo hai apprezzato mi riempie di soddisfazione (ma tanta!).

      Elimina
  2. La visione manichea è sempre un pericolo quando si parla di periodi storici tribolati e di personaggi controversi del passato.

    Non sospettavo che Curatolo fosse stato l'interprete di Marcellino Pane e Vino. Lo spettacolo dev'essere stato molto bello!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ciao Cristina! Lo spettacolo è stato appassionante, davvero coinvolgente. Certo, quando si sente parlare della Resistenza coi toni roboanti del fanatismo estremista si scappa a gambe levate. Con Curatolo, invece, è tutta un'altra cosa: lui dà voce alla storia della gente semplice, vera, non certo quella che crede di aver la verità in tasca e soprattutto è cosciente che in ogni situazione critica esistono sempre luci e ombre. E le affronta entrambe. Rispetto a Marcellino pane e vino ti confesso che è stata una deliziosa sorpresa anche per me! Se ci pensi, però è buffo il destino: fin da bambino gli ha indicato il palcoscenico :)

      Elimina
    2. Devo necessariamente fare una precisazione: non sono l'interprete del film, il piccolo attore era un bambino spagnolo, Pablito Calvo. Molto più modestamente io ho interpretato il personaggio in una rappresentazione teatrale di provincia.
      Approfitto di questa risposta per ringraziare Clem per la sua lusinghiera recensione e per la bella intervista.
      Roberto Curatolo

      Elimina
    3. Sono io che ti ringrazio, Roberto. Mi scuso in anticipo per le risposte fin troppo sintetiche che riesco a introdurre, ma il pc mi sta dando problemi e sono costretta ad usare il cellulare, con tutti i limiti del caso. Al di là dei possibili equivoci in merito alla esperienza di Marcellino (premettendo che avevo ben capito che si riferisse ad una rappresentazione teatrale e non televisiva) penso che il punto interessante fosse la bizzarria del destino, o come si preferisce chiamarlo, nell'indicarti la via del teatro fin dalla tenera età. La circostanza mi ha strappato un sorriso di grande tenerezza e penso che anche l'intervento di Cristina fosse orientato in questa direzione :)

      Elimina
    4. Grazie a Roberto per la precisazione, e comunque rinnovo i miei complimenti a entrambi. :-)

      Elimina
  3. Brava Dany, nonostante la facilità di cadere nel trito,vista la vastità dei trattati su questo argomento, sei riuscita a muoverti con grazia e leggerezza. Continua così

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Il merito va soprattutto all'autore dell'opera perché ha dimostrato egregiamente che è possibile trattare argomenti emotivamente (e non solo)impegnativi e pesanti con un approccio serio e delicato al tempo stesso. Grazie, Eli, sei sempre una grande amica!

      Elimina
  4. Bellissimo articolo, Clementina. Concordo in pieno con quanto dice Curatolo "l'ipocultura è dilagante", fa paura anche a me. E "quali strumenti usare per far breccia negli interessi dei più giovani", questo è un bel quesito: cominciamo con la Scuola, portiamo questi spettacoli nelle scuole, coinvolgiamo i ragazzi e le ragazze. Che non sono solo ed esclusivamente "digitalizzati", se li coinvolgiamo scopriranno di avere un cuore e dei sentimenti e scopriranno le loro radici. Bisogna tentare e continuare; strada impervia, ma va affrontata.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. (Chiedo scusa perché trovandomi costretta a rispondere dal cellulare mi sento limitata nelle risposte ) Cara Lauretta, concordo totalmente con ciò che scrivi. Esiste, nonostante la difficoltà di trovare i giusti mezzi per farlo, il bisogno di raggiungere i più giovani coinvolgendoli nelle vicende che hanno caratterizzato la nostra storia. Di fatto, ho anch'io l'impressione che i ragazzi di oggi abbiano perso il contatto con le proprie radici. Ciò dipende sicuramente da noi ed è altrettanto doveroso che a tutto ciò si ponga rimedio. Gli ostacoli sono tantissimi, però. A cominciare dalla mancanza di fondi necessari ad allestire spettacoli come questo. Avrei piacere che Roberto intervenisse in questo spazio per apportare il suo punto di vista. Nel frattempo, ti ringrazio e ti abbraccio

      Elimina
  5. Brava Cle, post molto bello, sei riuscita a camminare sulle sabbie mobili senza sprofondare nella banalità e nella retorica, diretta e senza fare sconti a nessuno, continua così e ti seguirò con molto interesse.

    RispondiElimina
  6. Dalla recenzione prima e dall'intervista dopo, emerge il profilo di un autore di grande sensibilità.
    Ringrazio Clementina Daniela Sanguanini per avermi offerto l'opportunità di sentirmi ancora più vicina ad una realtà non sconosciuta, avendo avuto parenti partigiani.
    Mi ritengo una figlia del dopoguerra, ho ascoltato spesso racconti di ingiustizie e sofferenze del conflitto.
    Porgo i miei auguri all'autore, certa che il suo lavoro susciterà interesse in tanti giovani desiderosi di sapere cosa è davvero accaduto dietro le " quinte della guerra".
    Enza Santoro

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie a te, carissima Enza. Sembra che siate tutti d'accordo sulla necessità di trasferire ai giovani la memoria del nostro passato e credo che la grande sfida sarà proprio questa! Grazie! !!!

      Elimina
  7. In un precedente lavoro teatrale ho trattato il tema della disfatta italiana nella campagna di Russia. Si intitola "Dall'Adige al Don". Anche in quel lavoro c'è una particolare attenzione alla condizione femminile durante e dopo la guerra.
    Grazie alla tenacia di una professoressa di lettere che aveva visto lo spettacolo e si era ripromessa di portarlo nella sua scuola, il Liceo Classico Volta di Como, sono stati superati tutti gli ostacoli di tipo burocratico e siamo riusciti a rappresentarlo nella prestigiosa biblioteca del Liceo. Ero molto preoccupato: pensavo che i ragazzi avrebbero smanettato sul cellulare per tutta la durata delo spettacolo o che avrebbero chiacchierato tra loro. Nulla di tutto questo: un'attenzione spasmodica e una straordinaria capacità di immedesimazione nel testo.
    Conclusione: se dai ai ragazzi qualcosa di "buono", loro lo mangiano più che volentieri e lo assimilano. Se invece dai loro solo Amici e X Factor, loro mangiano quella sbobba e arretrano nel loro sviluppo culturale e nella possibilità di affinare la loro sensibilità e nello stimolo ad ampliare il loro raggio d'azione mentale.
    Non dimenticherò mai i loro commenti, sia quelli diretti, sia quelli inviati alla loro professoressa e che lei poi mi ha girato. Commenti di straordinaria profondità e intensità.
    Roberto Curatolo

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ma sicuramente! Del resto, oggi ci troviamo nel mezzo di una profonda crisi della politica, con la disgregazione delle ideologie, la crisi degli ideali, e i ragazzi hanno bisogno di punti di riferimento. Non mi stupisce che in quella circostanza gli studenti abbiano apprezzato. In fondo, la storia dei partigiani è la storia di ragazzi e ragazze come loro e proprio per questo è facile l'immedesimazione.
      E senza trascurare che la Resistenza parla di valori intramontabili come la pace, la libertà e l'uguaglianza.

      Elimina
    2. E concordo ancora. Quando, solo pochi anni fa, il mio secondogenito frequentava il quarto anno di Liceo (Il Liceo Classico Ugo Foscolo, di Albano Laziale), grazie alla passione e all'impegno di una docente, i ragazzi sono stati coinvolti nella ricerca dei partigiani ancora in vita nei Castelli Romani, per realizzare una mostra con foto, video e pagine e pagine di racconti che sono memorie preziosissime. I ragazzi e le ragazze hanno lavorato con lena e anche con grande interesse. A riprova di quello che scrive Curatolo "se dai ai ragazzi qualcosa di "buono", loro lo mangiano più che volentieri e lo assimilano."

      Elimina
    3. Mi inchino dinanzi ai bravi insegnanti animati dalla passione di ripercorrere e spiegare una pagina tanto importante della nostra storia. Ciao Lauretta e grazie ancora per questa bella testimonianza, davvero!

      Elimina
  8. Il mio vuole essere un commento più generale al blog di "Cle" e a tutti gli spunti presentati (appena avrò un attimo mi dedicherò a quest'ultimo approfondimento): complimenti davvero per l'eleganza dello stile, la grafica, l'originalità dell'idea e delle chicche presentate e per l'appeal generale dell'iniziativa. Bravissima!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Oh, che meraviglia questo complimento, grazie Baba!!!

      Elimina
  9. Ancora una volta mi hai rapita, Clem! Dalla tua recensione traspare la bellezza e la profondità del testo, così come la carica emotiva dello spettacolo taetrale. Molto interessante anche l'intervista con l'autore. Purtroppo la Storia passata e recente ci insegna come l'umanità tenda a ripetere i suoi errori: concordo sul bisogno di "rilanciare continuamente la democrazia" e di "mantenere alta la vigilanza". Ammiro anche la volontà dell'autore di ribadire la rilevanza del ruolo femminile nella Resistenza e il fatto che abbia ritagliato dei significativi ruoli femminili nella sua opera.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie dell'apprezzamento, Stella, ne sono molto lusingata! Purtroppo è vero che l'umanità ripete i suoi errori, anzi, a questo proposito mi torna in mente Gogol quando ne Le anime morte diceva, più o meno, che la generazione che passa ride della semplicità dei suoi antenati per poi dare inizio ad errori sui quali rideranno i posteri. Tuttavia, io sono convinta che l'uomo sia artefice del proprio destino e pertanto condivido appieno, come te e come Roberto, la necessità di mantenere alta la vigilanza affinché la democrazia, la libertà e l'uguaglianza non si riducano a mere parole svuotate del loro significato (a ragione di più per noi donne)!

      Elimina