venerdì 24 novembre 2017

L’arte di evolversi: una parabola buddista




Su invito di una mia carissima amica che, tempo fa, mi chiese di approfittare dello spazio del blog per approfondire alcuni argomenti buddisti (non faccio nomi, ma lei sa perfettamente di chi sto parlando), oggi vi parlo del concetto di non-attaccamento e, per farlo, mi avvarrò di una parabola.

Le scritture buddiste sono piene di parabole concepite per permettere alle persone di comprendere il profondo insegnamento che vi sta dietro.

La parabola, infatti, è un genere letterario, noto anche agli autori greci e romani, in forma di racconto, finalizzato a trasmettere un qualche tipo di insegnamento morale o spirituale.
Cos’è, dunque, una parabola? È la capacità di mettere in relazione un fatto preso dalla vita quotidiana con un insegnamento che rimane in gran parte velato. Rimarrà all’uditore (nel buddismo si è sviluppata per secoli una grandissima tradizione orale prima di giungere alla tradizione scritta, ossia quella che possiamo ritrovare nei vari Sutra e che altro non sono che la trascrizione degli insegnamenti orali) o al lettore il compito di discernere, nel racconto “raffigurativo”, l’insegnamento che viene espresso.

Quindi, nella parabola viene inscenato un racconto finto; ad un certo punto della narrazione l’ascoltatore viene trasportato dalla finzione alla realtà e viene quindi invitato ad esprimere un giudizio che avrebbe faticato a spiegare altrimenti. 

L’espressione del concetto fondamentale, dunque, non avviene attraverso un discorso chiuso e definito, ma attraverso un lampo di percezione che permette di andare oltre il senso del racconto. L’intelligenza dell’ascoltatore viene perciò stimolata a intuire e a proseguire, senza fermarsi ad una comprensione forzata, ma attraverso una libera adesione.


La parabola che propongo in questa occasione è quella della zattera, tratta dalla Majjhima- Nikāya, raccolta nella Sutta-Nipāta, ossia una collezione di scritture redatte in lingua pali, che appartengono alla tradizione del buddismo Theravada.
Giacché ho introdotto questa informazione, ne approfitto per accennare una spiegazione sintetica tra la tradizione Theravada e quella Mahayana.

La tradizione Theravada, che significa «tradizione degli antichi»,  ha origini nello Sri Lanka intorno al 240 a.C. e si basa sui sutra del canone Pali, cioè la più antica raccolta dei discorsi del Buddha storico. Secondo questa scuola di pensiero, un discepolo ha lo scopo di divenire un Arhat, cioè colui che raggiunge il Nirvana per non rinascere mai più. Questo stadio, richiede un’esistenza assolutamente rigorosa e di rinuncia del mondo.
Per converso, la tradizione Mahayana, si è sviluppata in India nei primi secoli dell’era cristiana e ancora oggi risulta molto diffusa in Tibet, Nepal, Cina, Giappone, Corea. In base a quest’altra scuola di pensiero un discepolo mira a raggiungere l’Illuminazione per diventare un Bodhisattva, cioè colui che ritarda l’entrata nel Nirvana per aiutare altri nella via della salvezza. Il Mahayana comprende molte e differenti tradizioni che divergono anche sulle specifiche modalità con cui si possa raggiungere questo obiettivo. Nell’ambito del Mahayana sono stati composti molti testi che, benché scritti molti secoli dopo la vita terrena del Buddha, sono considerati «sutra», cioè discorsi del Buddha stesso.
Nonostante queste differenze, le due tradizioni sono coesistite per secoli nei vari paesi e talvolta addirittura all’interno degli stessi monasteri.

Per esser chiara, vi informo che personalmente preferisco il buddismo della tradizione Mahayana, ma questa parabola, credetemi, ed è molto adeguata allo scopo.
Ciò che essa intende spiegare è l’arte di non sprecare la propria vita legandosi a un passato che non può tornare più, ovvero l’importanza di attuare un sano distacco. Nell’ottica di favorirne la comprensione vi espongo alcune mie considerazioni di supporto.

Il succo del racconto consiste nel tener presente quanto sia importante, per vivere bene, lasciarsi alle spalle ciò che non ci rende sereni (che potremmo immaginare come tante zavorre) e che ci impedisce di aprirci al nuovo.
Protagonisti sono un uomo e una zattera che simboleggia ciò da cui dovremmo separarci lungo il cammino della nostra vita.

Ecco il racconto:

“Supponiamo che un uomo sia di fronte ad un grande fiume e deve attraversarlo per raggiungere l’altra riva, ma non c’è una barca per farlo, cosa farà? Taglia alcuni alberi, li lega insieme e costruisce una zattera. Quindi si siede sulla zattera e usando le mani o aiutandosi con un bastone, si sposta per attraversare il fiume. Una volta raggiunta l’altra sponda cosa fa? Abbandona la zattera perché non ne ha più bisogno. Quello che non farebbe mai, pensando a quanto gli era stata utile, è caricarla sulle spalle e continuare il viaggio con lei sulla schiena. Allo stesso modo, i miei insegnamenti sono solo un mezzo per raggiungere un fine, sono una zattera che vi trasporterà sull’altra riva. Non sono un obiettivo in sé, ma un mezzo per ottenere l’illuminazione”

E questa sarebbe la condizione ideale, ovvero una volta che non ci serve più e una volta raggiunto l’obiettivo che desideriamo, la cosa più normale da fare sarebbe abbandonare la zattera.
Ma alcune persone salgono sulla zattera e non remano, dimenticando che devono arrivare dall’altro lato. Finiscono così per perdere la prospettiva ancor prima di iniziare il loro viaggio. E allora si concentrano sulla zattera per renderla più comoda: costruiscono pareti, il tetto, l’arredano.
Cioè, trasformano la zattera in una casa e la legano saldamente alla riva. Non vogliono sentir parlare di mollare le cime o issare l’ancora.
Vediamo come continua la narrazione:

“Altre persone si fermano a fissare la zattera dalla riva e dicono: 'Che bella zattera, è grande e solida'. Prendono il metro e la misurano. Sanno esattamente quali sono le sue dimensioni, il tipo di legno con cui è costruita e dove e quando fu costruita. Alcuni vanno oltre e realizzano una scheda tecnica che serve a vendere zattere all’ingrosso. Ma per quante zattere vendono, non sono mai saliti su di una e non hanno nemmeno pensato di attraversare il fiume. ‘È troppo rischioso’, pensano”

Ancora ci sono persone che rimangono a riva per costruire una zattera più grande e sicura, così da affrontare il viaggio senza pericoli. Ma succede che rimangono esattamente dove si trovano, facendo considerazioni, litigando e arrabbiandosi:  in questo modo non vanno da nessuna parte.

“Alcune persone pensano che la zattera sia troppo semplice, rustica e poco attraente. La guardano e scuotono la testa. ‘Sembra un fascio di tronchi legati in modo approssimativo’. Così decidono di abbellirla, la dipingono, la decorano e la ricoprono di fiori, ma non arrivano mai a salirci sopra, tantomeno pensano di remare fino all’altra riva”

Ed ecco che il racconto riserva la sua spiegazione:

“La riva sulla quale ci troviamo è il presente, l’esistenza legata all’ego, l’altra riva è quello che aspiriamo a diventare, rappresenta i nostri obiettivi e sogni. La zattera ci aiuta ad attraversare le acque, questa è la sua funzione, ma dopo dobbiamo abbandonarla”

Così la zattera diventa il simbolo di tutto ciò che nel passato e nel presente ci è servito per arrivare da un’altra parte, ma dobbiamo imparare ad abbandonarla, non a tenerla sulla schiena.
La zattera non si riferisce solo ai beni materiali, è tutto ciò che ci lega e ci impedisce di raggiungere il nostro pieno potenziale: possono essere relazioni interpersonali che hanno perso la loro ragion d’essere, o certe credenze, o certi insegnamenti che un tempo abbiamo creduto utili (e che forse lo sono anche stati, proprio perché funzionali a quel preciso momento storico), o certi tratti o della personalità che ci tengono legati a una condizione che non ci appartiene più.
In sintesi, il racconto ci parla della nostra tendenza ad aggrapparci a cose e situazioni, finendo per sprecare la nostra vita. A volte lo si fa per paura, ma il cambiamento fa parte della quotidianità ed è necessario scoprire cosa ci riserva l’altra riva.

Con tutto ciò, a scanso di equivoci, il concetto di non-attaccamento non intende negare l’importanza del passato, ma proporne una “lettura” scevra da inutili e dannosi orpelli, mettendo in luce un passaggio fondamentale, ovvero la consapevolezza di chi siamo, di cosa siamo, di cosa stiamo facendo, di cosa stiamo pensando, senza trascurare il punto di partenza per la nostra salvezza: ricordare il nostro vero scopo.

E ora lascio a voi la parola: cosa ne pensate?

Un caro abbraccio e buona settimana a tutti! :)

lunedì 20 novembre 2017

La donna nel XIX secolo 3




Per proseguire il nostro viaggio nella storia della donna nel XIX secolo, parleremo di amore, di conflitto e di metafisica del sesso.

Vedremo come, prima ancora che i filosofi si occupino del tema dell’emancipazione femminile, l’epoca che stiamo analizzando si interessi dell’amore, della seduzione, della castità, della metafisica della sessualità e del dualismo dei sessi.
Insomma, nessuno può ignorare la questione femminile.


L’epoca, Antonio Puccinelli, 1885-1888, Londra-Milano-St Moritz, Galleria Robilant

Per tracciare un quadro di quanto accadeva nell’Europa del 1800, vi propongo ancora una volta di ripercorrere insieme a me alcuni appunti che fanno riferimento a un lungo lavoro di ricerca condotto da Genevieve Fraisse. In particolare andremo a considerare la sintesi che questa studiosa fa del pensiero di alcuni illustri filosofi di quel tempo.
Iniziamo con l’affrontarne tre: Shopenhauer, Kierkegaard e Auguste Comte.
La storica ci fa notare come l’elemento biografico della loro conflittualità con le donne sia strettamente connesso alla lettura dei loro testi: il primo di essi, dopo la morte del padre, è in urto completo con la madre; il secondo rompe clamorosamente il proprio fidanzamento; il terzo si fa ispirare, prima dalla moglie e poi dalla sua cameriera, per le sue riflessioni sulle donne e per il suo intero sistema filosofico. La Fraisse si chiede e ci chiede se il rapporto sessuale sia forse parte in causa della problematica filosofica!
Andiamo dunque a vedere cos’ha scritto ciascun filosofo sull’argomento.

Jules Lunteschütz, Arthur Schopenhauer, 1855
 Arthur Schopenhauer (Danzica, 22 febbraio 1788 – Francoforte sul Meno, 21 settembre 1860) filosofo tedesco, è stato uno dei maggiori pensatori del XIX secolo. Egli scrive una metafisica dell’amore secondo cui, a partire dall’istinto sessuale, l’amore si sviluppa e si esprime nella coscienza individuale. Esso si dispiega tra due estremi, la frivolezza della relazione, del legame sentimentale e l’imperativo interesse della specie, l’imperturbabile volontà della natura. Per essere più precisi, l’amore per Schopenhauer corrisponde alla maschera dell’istinto sessuale e al suo stratagemma, il trucco di cui si serve la natura per realizzare i propri fini. Ne consegue che l’individuo è vittima dei suoi raggiri e, quindi, dell’illusione.
Per questo filosofo l’uomo può andare oltre la volontà della natura, per raggiungere un ascetismo in cui la castità è ricca di potenzialità, mentre la donna non è stata creata che per la propagazione della specie.
A onor del vero, nella sua riflessione sul rapporto tra i due sessi, nella metafisica dell’amore, l’autore sorprende attribuendo l’elemento razionale alla donna. In un’epoca in cui la tendenza dei filosofi è quella di porre in discussione il raziocinio delle donne, una simile affermazione suona strana! Tuttavia, quando Schopenhauer non disquisisce più sull’amore, o sulla differenza tra i sessi, ma parla direttamente delle donne, il suo tono cambia in modo repentino e la sua misoginia prende il sopravvento!
Ecco allora che la donna diventa una via di mezzo tra l’uomo e il bambino: un essere dotato solo di effimera bellezza, un trucco della natura per sedurre l’uomo e propagare la specie. Ma, si badi bene, Schopenhauer esclude che la donna possa costituire il bel sesso, semplicemente essa rappresenta il secondo sesso, senza alcuna parità con il primo, e la sua fragile capacità di ragionare vive nell’immediatezza, tra frivolezza e pertinenza.  


Luplau Janssen, Kierkegaard allo scrittoio,
 1902, Museum of National History,
Frederiksborg Castle



Søren Kierkegaard (Copenaghen, 5 maggio 1813 – Copenaghen, 11 novembre 1855) filosofo, teologo e scrittore danese, da alcuni considerato punto di avvio dell’esistenzialismo.
Secondo la Fraisse, Kierkegaard fa del matrimonio il cardine del problema. A partire da esso il suo pensiero si sposta sull’amore, inteso sia come amore per l’altro e come amore del vero (e da qui si arriva all’amore per Dio), erotismo carnale e erotismo filosofico, ovvero lo studio delle emozioni e degli stati emotivi. L’autore critica l’amore romantico, basato sulla sensualità, considerandolo fonte di un’eternità fittizia, un amore illusorio al quale le donne si ispireranno per far attecchire quello che egli ritiene un nefasto desiderio di emancipazione. In sostanza, nelle analisi di Kierkegaard relative al matrimonio e al fidanzamento, l’amore si esprime in tre modi: sul piano estetico esso è legato all’istante; sul piano etico è legato al tempo; sul piano religioso è legato all’eternità. Da qui il filosofo stabilisce che l’uomo non possa mai rinunciare al rapporto con l’eternità e, essendo egli un essere finito, non potrà sostenersi in altro modo che in rapporto all’infinito. Va da sé che in questo quadro entra in gioco un costante conflitto tra carne e spirito e il filosofo indica come una delle soluzioni, per accedere alla riconciliazione tra pulsioni contrastanti, la scelta della castità. In tutto questo argomentare la donna viene inclusa in merito al desiderio e la sua presenza viene spiegata quale parte del gioco tra i due sessi, ma a differenza degli altri filosofi dell’epoca, Kierkegaard individua tante finalità nel matrimonio e non soltanto quella della riproduzione della specie. La donna, per questo pensatore, diventa così “il sogno dell’uomo”, “la perfezione nell’imperfezione”. La donna è per lui natura, apparenza, immediatezza, ovvero tutto ciò che impedisce di stabilire un rapporto diretto con l’assoluto: “la donna spiega il finito, l’uomo insegue l’infinito”. Traducendo nei minimi termini il suo pensiero, l’uomo è il soggetto del discorso filosofico, mentre la donna è semplicemente l’oggetto.


Auguste Comte



Auguste Comte, (Montpellier, 19 gennaio 1798 – Parigi, 5 settembre 1857), filosofo e sociologo francese, considerato il padre del Positivismo.
Comte riprende il concetto di opposizione tra maschile e femminile, attivo e passivo, pensiero e intuizione, di Feuerbach (il quale sosteneva che la castità non costituisse una virtù e che il matrimonio avrebbe consentito il superamento della contraddizione del peccato originale) e lo sviluppa all’interno del registro sociale e religioso. In entrambi gli ambiti, secondo Comte, la biologia diventa l’imprescindibile fondamento dimostrativo. In sostanza, alla base del pensiero di questo filosofo c’è la convinzione che la biologia confermi definitivamente la gerarchia dei sessi: le donne sono in uno “stato di infanzia radicale”, in quanto appartenenti alla famiglia, alla vita domestica basata sulla gerarchia dei sessi, sono le compagne dell’uomo, ma non sono mai uguali ad esso. Le donne, dunque, oltre alle funzioni materne, sono la fonte dei sentimenti sociali e hanno la missione di ausiliarie spirituale. In buona sostanza, le donne sono “il sesso dell’affettività”: la donna, sposa, figlia, madre, sorella, diventa un “angelo” per l’uomo e una dea per l’umanità. di conseguenza Comte si schiera apertamente in favore della difesa del matrimonio e a favore della “salutare esclusione” delle donne dalla vita sociale e politica. Cionondimeno, Comte si esprimerà con tenacia contro l’incipiente femminismo, che considera una rivolta senza futuro, sostenendo in parallelo la necessità di limitare l’istruzione delle donne. La donna, per lui, potrà partecipare alla vita sociale e politica solo in modo indiretto.

Come vedremo nel prossimo post, a dispetto di tanta misoginia di tanti filosofi dell’epoca, in quegli anni si stavano concretamente affacciando l’emancipazione femminile e il femminismo e, con i filosofi successivi, se ne avrete voglia, ne vedremo delle belle…

Nel frattempo, se gradite, qui sotto ho sistemato per voi alcuni significativi stralci di uno splendido libro di denuncia, inevitabilmente molto amaro: ogni vostro commento sarà, come sempre, graditissimo!

Buona lettura e buona settimana!




Le tre ghinee, di Virginia Woolfe



Breve nota personale: V.W. scrive Le tre ghinee tra il 1937 /38 mentre la guerra sta per diventare una dolorosa realtà e mentre ha in progetto di scrivere un libro che si sarebbe intitolato “Sull’essere disprezzati-disprezzate”. 
A quell’epoca lo scrittore e suo amico E.M. Forster, molto impegnato nelle iniziative antifasciste, la informò che nel comitato da lui promosso le donne non sarebbero state ammesse, in quanto considerate un elemento di disturbo.
Nel redigere Le tre ghinee, la Woolfe immagina di ricevere la risposta a tre lettere che contengono una sua ipotetica richiesta in denaro, indirizzata a un fittizio ‘Fondo per aiutare le figlie degli uomini colti’, e mirate a tre cause: la prevenzione dalla guerra, un’università femminile, un’assistenza alle donne che vogliono esercitare una professione.
Nelle immaginarie risposte l’autrice dimostra che le tre cause, non solo sono identiche e inseparabili, ma mettono in luce quanto la donna sia sempre stata esclusa ed emarginata.
Circa tre anni dopo, nel 1941, l’autrice morirà suicida.

Ci consenta dunque di sottoporre la sua lettera, in cui ci chiede di aiutarla […] Perché chiede quattrini? Prima di darle una ghinea o di definire le nostre condizioni, le chiediamo di spiegare. […] Dunque, vediamo, Lei chiede quattrini per pagare l’affitto del suo ufficio. Ma come può essere, com’è possibile, Gentile Signora, che lei sia così povera? Sono quasi vent’anni che le libere professioni sono aperte alle figlie degli uomini colti. […] per esempio, c’è chi dice che la Sua apatia è tale che non è disposta a lottare neppure in difesa della libertà che Sua madre ha conquistato per Lei. Questa accusa gliela muove lo scrittore H. Wells, il quale afferma: “Non si è assistito al formarsi di alcun movimento femminile degno di nota diretto a contrastare il virtuale annullamento della libertà delle donne da parte del fascismo e del nazismo”. Ricca, pigra, golosa e apatica qual è, come può avere l’impudenza di chiedermi di dare un contributo a un’associazione che aiuta le figlie degli uomini colti a guadagnarsi da vivere con le libere professioni? Infatti […] Lei non ha posto fine alla guerra, nonostante il voto e il potere che esso avrà certamente portato con sé. Lei non ha contrastato il virtuale annullamento della sua libertà, da parte del fascismo e del nazismo. Cos’altro possiamo concludere se non che il cosiddetto ‘movimento femminile’, nella sua totalità, si è dimostrato un fallimento? […] Allora, cominciamo a considerare i fatti, fissando lo sguardo al corteo dei figli degli uomini colti. Lei scrive: “Eccoli i  nostri fratelli, educati nelle scuole private e nelle università; salgono quelle scalinate, entrano e escono da quelle porte, ascendono a quei pulpiti, pronunziano orazioni, impartiscono lezioni, amministrano la giustizia, praticano la medicina, concludono affari, fanno quattrini. Bisnonni, nonni, padri, zii, tutti hanno percorso quelle strade, con la toga addosso, con la parrucca in testa, alcuni con le fasce e nastri al petto, altri senza. Uno era vescovo. Un altro giudice. Uno era ammiraglio. Un altro generale. Uno era professore all’Università. Un altro era medico.” 
È uno spettacolo solenne, questo corteo, e osservandolo di nascosto dovremmo porci delle domande. […] Lei continua scrivendo: “Pensate: uno di questi giorni (voi donne) potreste portare la parrucca di giudice, mettervi sulle spalle una cappa di ermellino; sedere sotto il leone e l’unicorno; ricevere uno stipendio di cinquemila sterline l’anno e avere la pensione. Nessuno oserà contraddirci […] e chi può dire che, in un tempo a venire, non porteremo l’uniforme dei soldati. […] Voi ridete: è vero, l’ombra delle pareti domestiche ci fa ancora sembrare un po’ ridicole quelle uniformi. Siamo così abituate a portare vestiti normali, a portare il velo che S. Paolo ci impose. Ma non siamo qui per ridere o per parlare di moda, maschile o femminile. Ci troviamo qui per porci domande molto importanti […]: abbiamo voglia di unirci a quel corteo, o no? A quali condizioni ci uniremo ad esso? E, soprattutto, dove ci conduce il corteo degli uomini colti? […] Bisogna trovare una risposta”. 
Ma Lei obietterà, Gentile Signora, che non ha tempo di pensare. […], del resto, le figlie degli uomini colti hanno sempre pensato i loro pensieri così alla buona; non a tavolino, nel proprio studio, nella solitudine tranquilla di un chiostro d’università. Hanno pensato mentre rimestavano la minestra, mentre dondolavano la culla. […]Allora, rivolgiamoci alle vite, non degli uomini, bensì delle donne del diciannovesimo secolo che hanno esercitato le libere professioni. Ma ci dev’essere una lacuna nella sua biblioteca, Gentile Signora. Non si trova nessuna vita di donne che hanno esercitato le professioni nel diciannovesimo secolo. Una certa signora Tomlison, moglie di un tal signor Tomlison, membro della Royal Society, membro dell’Ordine dei Medici, ce ne spiega il motivo: […] a quanto pare una donna nubile non aveva altro modo da guadagnarsi da vivere che fare la governante […]. Ecco, è saltato fuori un documento scritto intorno al 1811. Ci fu, a quanto pare, un’oscura signorina, a nome signorina Weeton, che aveva l’abitudine di segnare su un diario i suoi pensieri […]. Eccone uno:  ‘Oh, come ardevo dal desiderio di imparare il latino, il francese, le lettere e le arti, qualunque cosa piuttosto che la noia di cucire, far lezione, copiare in bella scrittura, lavare i piatti, tutti i giorni…. Perché alle ragazze non permettono di studiare fisica, teologia, astronomia, ecc., ecc., e le scienze ancelle, la chimica, la botanica, la logica, la matematica, eccetera?’[…] Non si può dire che le donne del diciannovesimo secolo fossero prive di ambizione. Abbiamo Josephine Butler che, pur non essendo una professionista in senso stretto, fu colei che condusse e vinse la battaglia contro la Legge sulle malattie infettive e più tardi la campagna contro il commercio dei bambini ‘per fini scellerati’. Scopriamo che Josephine Butler si oppose a che venisse scritta la sua biografia, mentre alle donne che l’avevano aiutata a combattere le sue battaglie diceva: ‘E’ degna di nota in loro la assenza più totale di ogni desiderio di riconoscimento, di ogni traccia di egoismo in qualunque forma’.  Questa dunque era la virtù che la donna vittoriana apprezzava e praticava: non cercare riconoscimenti; non essere egoista. […]Ma continuiamo a leggere tra le righe delle biografie. E tra le righe delle biografie dei loro mariti troviamo moltissime donne che esercitavano… ma come possiamo chiamarla la professione che consiste nel mettere al mondo nove o dieci figli, la professione che consiste nel dirigere la casa, nel curare un invalido, nel visitare i poveri e i malati, nell’accudire ora a un vecchio padre ora a una madre anziana? È una professione che non ha nome, né uno stipendio; ma sono così numerose le madri, le sorelle, le figlie degli uomini colti che nel diciannovesimo secolo esercitavano quella professione che siamo costrette a fare un unico fascio di tutte quelle donne e delle loro vite che si intravedono dietro le vite dei mariti e dei fratelli. […]Ecco, di nuovo, le parole di una donna che, se non fu una professionista nell’esatto senso del termine, raggiunse tuttavia una certa indefinibile fama con i suoi viaggi: Mary Kingsley. ‘Non so se ti ho mai detto che l’unica istruzione a pagamento che mi hanno concesso sono state le lezioni di tedesco. Per l’educazione di mio fratello vennero spese duemila sterline, e è da sperare non invano.’Questa frase è talmente ricca di spunti […] implicitamente ci fa sapere di aver ricevuto un’istruzione che non era a pagamento. […] E in cosa consisteva dunque […]? Maestre furono la povertà, la castità, la derisione e la libertà da fittizi legami di fedeltà. Fu questa istruzione non pagata, ci informano le biografie, che le rese molto appropriatamente adatte a esercitare professioni non pagate. […]
Non dovrebbe esser difficile trasformare il vecchio ideale della castità del corpo nel nuovo ideale della castità della mente, sostenere che se era peccato vendere il corpo, è un peccato ancor più grave vender la mente per denaro, giacché la mente, lo dicono tutti, è più nobile del corpo. […]
Se Lei accetta di farlo, (se accetta che le donne non chiedano denaro per il lavoro intellettuale) la nostra contrattazione può dirsi terminata. E la ghinea per pagare l’affitto è sua…[…] 
Queste dunque sono le condizioni alle quali le invio una ghinea per aiutare le figlie delle donne incolte a intraprendere le libere professioni. E speriamo, ponendo fine alla perorazione, che le rimanga il tempo per dare il tocco finale alla sua vendita di beneficienza, per sistemare la lepre e la caffettiera e accogliere l’Onorevolissimo Sir Simpson Legend, insignito dell’Ordine al Merito, Cavaliere dell’Ordine di Bath, Dottore in Legge, Dottore in diritto Canonico, Ex-capitano di fregata, e tutto questo, con quell’aria di sorridente deferenza, che si conviene alla figlia di un uomo colto alla presenza del fratello!




venerdì 17 novembre 2017

Niente Panico




In attesa della seconda parte della “Storia delle donne nel XIX secolo”, che troverete sul blog lunedì, approfitto per fare un po’ di pubblicità al mio romanzo, Niente Panico… concedetemi un momento “narciso” ;-)



Siamo in Italia, alla fine degli anni Sessanta, con le sue rivolte studentesche, le lotte del movimento operaio e la nascita del terrorismo che influenzerà i giovani delle generazioni future. L’uomo sbarca sulla Luna; dai paesi anglosassoni e da Oltralpe giungono nuovi valori, nuovi stili di vita e nuova musica che contribuiscono a innescare importanti trasformazioni nella società. In questo clima di fermento, due giovani e intraprendenti giornaliste, venute a conoscenza di uno scellerato traffico criminale che miete vittime tra bambine e adolescenti, danno inizio a un’indagine che le porterà sulle tracce di un efferato serial killer, travolgendole entrambe, sebbene in modi differenti. Ha così inizio una storia ad “alta tensione” in cui le donne che attraversano il romanzo, tutte esponenti delle diverse sfaccettature dell’universo femminile in un momento storico di costruzione dell’identità sociale femminile, diventano sia grandi protagoniste che testimoni dell’eterno gioco delle maschere umane. Una trama poliziesca che funge da espediente per trascinare il lettore in una lettura capace di attivare riflessioni sulle mille sfumature dell’identità dell’individuo e sul valore del libero arbitrio, oltre che di trasportarlo nei ricordi e nei miti di quello straordinario passaggio epocale.

Dalla quarta di copertina di Niente Panico.


Il romanzo è disponibile anche QUI 

Vi aspetto lunedì, non mancate e buon fine settimana a tutti! :-)  




lunedì 13 novembre 2017

Tarocchi classici: Arcani Maggiori. L’Imperatore/13




L’arcano che andremo a studiare oggi è il quarto della serie e corrisponde alla figura dell’Imperatore.
Come di consueto, partiamo dai riferimenti storici e, in questo caso, troviamo almeno due collegamenti importanti. Infatti, l’arcano è stato connesso a Alessandro Magno, e a Carlo Magno.

Di seguito tratteggerò a grandi linee i profili dei due condottieri. Entrare nel dettaglio della vita e della leggenda di ciascuno di essi, in questo ambito, per quanto molto affascinante, è pressoché fuori luogo e già i miei post sono sempre piuttosto lunghini…  

Alessandro durante la battaglia di Isso
Casa del Fauno, dal 1843 al Museo archeologico nazionale di Napoli

Alessandro, detto il Grande o il Conquistatore, nacque a Pella nel 356 a.C. ed è una delle maggiori figure della storia: per la grandezza delle sue imprese, il fascino legato alla sua personalità e il fatto di essere morto al culmine della sua gloria poco più che trentenne, è diventato una vera e propria leggenda. Macedone di nascita, dominò la Grecia e fu un conquistatore e un abile stratega. Denominato Magno in conseguenza dei suoi trionfi, Alessandro fu l’incarnazione dell’eroe temerario, pronto ad affrontare sfide impossibili, generoso ma talora anche impietosamente violento.
Ricevette l’istruzione fisica, politica e militare direttamente dal padre, che intendeva prepararlo a diventare un sovrano avveduto e capace. Quanto all’educazione intellettuale, il principe ebbe la fortuna di avere come precettore Aristotele. Tra le sue letture hanno avuto un ruolo importante l’Iliade e l’Odissea, i poemi omerici nei quali si esaltavano i valori della forza militare di Ettore e di Achille e l'astuzia di Ulisse.
L’immenso impero edificato da Alessandro, partendo dalla Macedonia e dalla Grecia, giunse ad abbracciare l’Egitto in Africa e a estendersi in Asia, fino al fiume Indo. Egli contribuì a creare nuovi legami tra i popoli e a intensificare i contatti tra culture e civiltà diverse, estendendo enormemente l’influenza della civiltà greca. Il giovane eroe, cui vennero conferiti attributi divini, dopo la sua morte diventò oggetto non soltanto di opere storiche, letterarie, musicali, pittoriche, scultoree, che ne hanno analizzato ed esaltato la figura a partire dall'antichità fino alla nostra epoca, ma anche di leggende scritte e orali.
Tra le opere di poco posteriori alla sua morte vi è una sorta di romanzo epistolare, erroneamente attribuito a Callistene e successivamente tradotto sia nel III secolo che nel X, in Occidente. Nella leggenda medievale occidentale, ricca di prodigi, di favole e di magie, la figura di Alessandro diviene un eroe cavalleresco. In Oriente, muovendo dalla stessa vita romanzata erroneamente attribuita a Callistene, si diffuse la leggenda secondo cui Alessandro sarebbe disceso nel mondo dei morti alla ricerca della fonte di vita. Tratti della leggenda s’incontrano anche nella letteratura araba, nel Corano, nel Talmud, ma la leggenda era nota anche a persiani, armeni, copti, turchi, indiani, malesi.


Carlo Magno in un dipinto ottocentesco di Louis-Félix Amiel
1837, Château de Versailles

Carlo Magno, notoriamente ricordato come il fondatore del Sacro Romano Impero, primogenito di Pipino il Breve, re dei Franchi, e di Bertrada, figlia di Cariberto conte di Laon, nacque probabilmente il 2 aprile del 742.
Nel 774, dopo aver sconfitto Desiderio e dopo aver ripudiato la moglie longobarda, Ermengarda (di cui trattò Manzoni, nell’Adelchi), assunse il titolo di re dei Franchi e dei Longobardi.
In seguito alle guerre contro Sassoni, Bavari e Avari e contro i musulmani di Spagna, affermò il suo dominio dall’Elba all’Atlantico, al Tibisco, al Danubio, all’Ebro, a Roma. Nel Natale dell’800 fu incoronato imperatore, da papa Leone III, presso S. Pietro.
Dagli scritti dei contemporanei emerge di lui un ritratto di un sovrano non solo dotato di grandi qualità politiche e militari, ma anche avido di sapere e ansioso di diffondere nel suo impero la fede cattolica, cultura di base intesa come necessaria premessa della sua propagazione, quale sigillo di unità e di conquista. In definitiva, la sua fisionomia è quella di un personaggio straordinario dotato di temperamento, in cui la grandezza d'animo si sovrappone e si intreccia con la virtù dell’eroe.
Anche Carlo, divenne protagonista di svariate leggende, una su tutte la Chanson de Roland.
Una curiosità: sebbene uno dei “fiori all’occhiello” di Carlo Magno fu l’impegno profuso per la rinascita culturale  del suo impero, pare che il nostro imperatore, che conosceva benissimo il latino, il “teodisco” e il greco, non sapesse scrivere. Nel Medioevo, infatti, l’operazione di lettura era disgiunta da quella di scrittura e Carlo, secondo ciò che riporta il suo storico più fidato, Eginardo, intraprese lo studio della scrittura in età avanzata, ricavandone poco profitto.


Dopo questa rapida immersione nella dimensione storica, passiamo ad affrontare la figura da un altro punto di vista, tenendo sempre in grande considerazione ciò che scrivono a riguardo Laura Tuan e Alejandro Jodorowskj.
Quali significati vengono, dunque, attribuiti all’arcano dell’Imperatore?
Inizierei col dire che l’Imperatore è il signore del regno corporeo, è la materia viva che cerca costantemente all’esterno il dominio di tutto ciò che è legato al piano fisico. Esso, quindi, si pone in contrapposizione alla Papessa che ricerca tutto ciò che è riconducibile al piano dei sentimenti e delle emozioni.

Ci troviamo di fronte a un uomo barbuto che siede su un trono impugnando uno scettro. Al collo indossa una collana e accanto al suo trono poggia uno scudo raffigurante un’aquila.
Il bastone del comando, presente in numerose narrazioni, era utilizzato nell’antichità da tutti i dignitari di alto rango. Il globo, per la sua sfericità che la collega al simbolo del cerchio e quindi dell’infinito, lo si trova spesso nelle mani di Dio.
La croce, ancor prima di Cristo, è inteso come il simbolo più universale della mediazione, ossi una doppia congiunzione di punti diametralmente opposti che unisce gli estremi - ad esempio il cielo e la terra – e rimanda all’idea della sintesi e della misura. In essa si congiungono il tempo e lo spazio, per esempio e croce diviene emblema dell’Imperatore per la sua prerogativa di mediatore fra Dio e gli uomini, in quanto detentore di un potere temporale assunto per volere divino.
Tutti questi elementi messi insieme portano i nostri autori, così come moltissimi altri, a individuare in questa figura un imperatore che agisce con animo puro. Il suo, cioè, non è un dominio brutale e oppressivo, bensì saggio e portato avanti da chi è sorretto da ideali sublimi.
Quest’immagine ci parla di autorevolezza e dominio che parte dal mondo interiore per arrivare all’ambiente circostante e che viene mantenuto sotto controllo con la serena franchezza di chi è abituato a comandare ed è consapevole di essere del tutto autorizzato a esercitare questo diritto.
Per quanto riguarda il simbolismo dell’aquila, vi devo fare due segnalazioni. Da una parte, esso si rapporta alla capacità dell’Imperatore di vedere oltre, alla facoltà che quest’ultimo possiede di scorgere “da lontano” le necessità del suo regno e inoltre alle sue capacità di scelta nell’individuare quanto mantenere e quanto estirpare per il bene del suo popolo. Dall’altra, secondo Jodorowsky, l’aquila sarebbe un esemplare femmina che sta covando un uovo. Quindi, oltre alla lungimiranza, alla figura di questo arcano si abbina un significato di ricettività, tipicamente femminile.

Se esce questa carta significa che non mancheranno protezioni da parte di soggetti molto potenti e influenti su questioni molto pratiche e destinate a durare nel tempo.
Associato spesso alla figura del padre, l’Imperatore è un personaggio protettivo, fermo, ambizioso, senza alcuna esitazione davanti a scelte difficili. Per portare avanti i suoi progetti, l’Imperatore dispone di una grande volontà ed è anche un eccellente comunicatore che sa servirsi del carisma per raggiungere i suoi scopi.  
Quindi stiamo parlando di un personaggio maschile che entra nella vita del consultante e che svolge nella sua esistenza un’azione determinante.

Tuttavia, la carta può riferirsi al consultante stesso che, in questo caso, uomo o donna che sia, presenta grandi ambizioni e desiderio di assumersi responsabilità importanti per evolvere all’interno del proprio contesto. Una persona che non cede facilmente di fronte agli ostacoli e che tende a portare a termine ciò che inizia. Il suo difetto potrebbe essere quello di intestardirsi su alcune questioni e non riuscire a stravolgere il punto di vista. la carta, infatti, esorta a non disdegnare l’influenza o il consiglio di persone vicine, pur continuando a far valere la propria personalità e le proprie idee.

Dal punto di vista affettivo: la carta parla di un rapporto che si stabilizza e/o di una nuova paternità
Sul piano professionale: sono probabili imprese destinate al successo e il consolidamento di ruoli e posizioni. Inoltre, notizie in arrivo che portano sollievo in ambito economico, occasioni da non lasciarsi sfuggire, eredità.
Sul piano fisico: pronto recupero delle energie dopo un periodo difficile; resistenza fisica, vitalità.
Persone: un uomo forte e protettivo e influente.

Quando l’arcano appare capovolto o in posizione sfavorevole tutto si capovolge.
L’autorevolezza si trasforma in debolezza o autoritarismo, ma in genere la carta in questa posizione costituisce un’esortazione a fare più attenzione alle scelte da compiere, al bisogno di farsi carico delle dovute responsabilità, al rischio di perdere la stabilità.
A questo proposito vi segnalo alcune frasi che Jodorowsky attribuisce all’arcano

“Sono la forza in persona e parlo con voi per farvi capire che non esiste nessuna debolezza […] Smettetela di esitare e di sminuirvi. Nessuno può costringervi a fare ciò che non volete fare. […] Sono il vostro guerriero interiore, colui che vede le vostre debolezze e non si lascia indebolire.”

Prima di concludere con i consueti saluti, ecco la domanda di rito: cosa ne pensate di questo arcano? Cosa vi colpisce dell’Imperatore?

Buona settimana a tutti!


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BIBLIOGRAFIA:
Enciclopedia Treccani: Alessandro Magno
Enciclopedia Treccani: Carlo Magno
Laura Tuan, Il linguaggio segreto dei Tarocchi, ed. De Vecchi
Alejandro Jodorowsky, Marianne Costa, La via dei Tarocchi, ed. Feltrinelli

ICONOGRAFIA:
Alessandro durante la battaglia di Isso, Casa del Fauno, dal 1843 al Museo archeologico nazionale di Napoli, Wikipedia
Louis-Félix, Carlo Magno, 1837, Château de Versailles, Wikipedia
L’Imperatore dal mazzo di Tarocchi Marsigliesi, Scarabeo ed., scatto personale

venerdì 3 novembre 2017

La donna del XIX secolo 2



Oggi, continuando l’esplorazione dei miei vecchi appunti alla ricerca dello scenario relativo alla donna del XIX secolo, toccheremo il tema della differenza fra i sessi nella storia filosofica di quel periodo... e più avanti troverete anche una piccola SORPRESA che vi ho riservato...

Lo faremo partendo dalle riflessioni di Genevieve Fraisse, filosofa francese e storica del pensiero femminista, autrice di numerose opere sul tema della controversia dei sessi dal punto di vista epistemologico e politico.




Secondo Fraisse la riflessione filosofica sulle donne e sulla differenza tra i sessi è uno dei punti cardine della storia, come frattura politica, trasformazione economica dell’epoca moderna, e dell’eternità delle questioni filosofiche, dualismo tra corpo e spirito, divisione tra natura e civiltà, equilibrio tra privato e pubblico. Nel corso del XIX secolo tutti questi problemi vanno precisandosi negli scritti dei filosofi. La rimessa in discussione dell’ineguaglianza tra i sessi è la conseguenza del postulato della nuova era e questa proposizione, che non si può dimostrare ma che si considera come vera in quanto base necessaria per spiegare un fatto o formulare una teoria, è quella su cui si basa la libertà dell’individuo e l’autonomia del soggetto. Il punto sarà esattamente questo: uomini e donne sono esseri ragionevoli, quindi si suppone, o si tenta di negare, che essi siano potenzialmente dei soggetti. Se si adotta il punto di vista del soggetto autonomo e individuale, si pone in modo nuovo il problema del rapporto tra uomo e donna, tra il corpo e lo spirito di ciascun sesso. Non solo. Ci si interroga anche sul ruolo della natura nel mondo umano e sull’importanza dell’alterità (intesa come opposto dell’identità) nell’elaborazione speculativa.

Alla rappresentazione della donna come soggetto, sempre secondo la Fraisse, fanno da perno tre temi:
la famiglia, intesa sia come emanazione del matrimonio e sia come cellula primaria della società;
la specie, il cui perpetuarsi è considerato come finalità della vita umana;
la proprietà, con i suoi corollari, il lavoro e la libertà.

I filosofi dell’epoca, naturalmente tutti di sesso maschile, daranno come a priori i rapporti di armonia oppure, al contrario, di conflittualità fra i due sessi, postuleranno la pace o, viceversa, la guerra tra i due sessi. Ma soprattutto, tutti si interrogheranno su come definire l’amore e questa questione, in quel periodo, assumerà il carattere di urgenza.
Iniziamo ad approcciare il primo di questi tre temi cardine: la famiglia.
Il nuovo secolo, appoggiandosi sugli scritti degli ultimi anni post-rivoluzionari del Settecento, pone il problema del diritto come primario. Non pone direttamente il problema del diritto delle donne, quanto piuttosto quello dello statuto della relazione tra uomo e donna. Solo come conseguenza interviene la considerazione della donna come soggetto di diritto, o come assoggettata all’uomo. A rappresentare le diverse posizioni troviamo Fichte, Kant e Hegel.
Sebbene le posizioni dei tre filosofi siano differenti, ciascuna di esse concorda sulla dipendenza femminile, sull’abbandono di sé (da parte della donna) a favore del matrimonio e della famiglia. Quindi, la donna non ha che l’universalità della propria situazione familiare (figlia, sposa, madre) e non possiede la singolarità del proprio desiderio.  

Johann Gottlieb Fichte,
litografia ritratto-
fonte Wikipedia

Per Fichte (1762-1814) il matrimonio si configura come una “società naturale e morale”, una “unione perfetta”, basata sull’istinto sessuale dei due sessi e non ha alcun fine fuori di sé. Per lui l’amore è “il punto in cui si riuniscono nel modo più intimo natura e ragione”. Secondo Fichte, la donna afferma e conserva la propria dignità di essere umano diventando il mezzo di soddisfazione dell’uomo, cessando di essere fine a sé stessa. Questo si potrebbe chiamare amore in quanto la donna, per non rinunciare alla propria dignità, non può confessare a se stessa il proprio istinto sessuale. La legge interviene solo quando il matrimonio esiste e anteriormente alla legge, la donna si sottomette all’uomo per un atto di libertà. 

Artista sconosciuto,
Immanuel Kant, c.a 1790
fonte Wikipedia

Kant (1724-1804) la pensa in modo completamente diverso e concepisce il matrimonio come “contratto” che ha luogo in base alla legge. Il piacere sessuale non è accettabile che attraverso il rapporto di possesso giuridico. La parte razionale insita nella donna fa ‘sì che questa si voti al suo unico compito utile, che è quello della riproduzione della specie. Di conseguenza la legge afferma che l’uomo comanda e la donna ubbidisce.

Sia Kant che Hegel iscrivono la donna all’interno della famiglia e assegnano loro lo spazio domestico.



Jakob Schlesinger,
 ritratto di G. W. F. Hegel,
Berlin 1831-
fonte Wikipedia
Hegel (1770-1831), inorridito dalla teoria kantiana, afferma che “il matrimonio è un fatto morale immediato” in cui la vita naturale si trasforma in unità spirituale, in “amore cosciente”. Quindi, il matrimonio non è né unione né contratto, bensì un vincolo morale. Il diritto interviene solo nel momento della dissoluzione della famiglia e il capo della famiglia è l’uomo.


Nei primi anni dell’Ottocento, in Germania, un filosofo farà scandalo ponendo in primo piano il problema del piacere femminile e quello delle pari libertà dell’uomo e della donna. Questa ventata di libertà arriva da Friedrich Schlegel, il quale attraverso la Lettera sulla filosofia, indirizzata alla moglie, e al suo romanzo Lucinda, denuncia i pregiudizi sulle donne in rapporto al matrimonio. 

ritratto di F. M. C. Fourier
fonte Wikipedia
In Francia saranno gli scritti di Charles Fourier, tuttavia quasi sconosciuti, ad opporsi alla “oppressione e avvilimento” delle donne nel processo di civilizzazione e ad avviare una denuncia morale del matrimonio. L’utopia di Fourier è quella della libertà dell’individuo donna. Il filosofo si chiede se i tempi moderni si svilupperanno con o senza le donne, considerando che l’era post-rivoluzionaria le esclude, pur attribuendo loro un posto in cui includerle.

Da qui ha inizio la storia dell’emancipazione femminile, in quanto l’era del femminismo inizia con gli utopisti e, a questo proposito, più avanti analizzeremo l’impegno filosofico di John Stuart Mill per l’uguaglianza tra i sessi.

Tuttavia, prima che i filosofi affrontino esplicitamente il tema dell’emancipazione femminile (ci sarà chi avvertirà la necessità di negarla attraverso la retorica e la polemica, chi di appoggiarla avvalendosi di giustificazioni teoriche) l’epoca segna una battuta d’arresto e si occupa dell’amore, della seduzione e della castità. Quel che è certo è che nessuno riuscirà ad ignorare la questione femminile.
Nel prossimo post dedicato alla ricognizione sull’immagine della donna dell’Ottocento, se vi va, parleremo di amore, inteso come conflitto e come metafisica del sesso.


Per il momento vi propongo alcuni passaggi estratti da due romanzi dell’epoca: Madame Bovary, di Flaubert e I Buddenbrook, di Mann. 

Ma ecco la SORPRESA: se vorrete, potrete ascoltare la mia voce che legge per voi questi brani... un modo come un altro per sentirci più vicini ;-) 

Da Madame Bovary: 

cliccate sulla scritta blu qui sotto e verrete reindirizzati al file audio. Buon ascolto!

la mia lettura




Charles salì al primo piano per visitare il malato. Era a letto, sotto le coperte, sudato, e aveva scaraventato lontano il berretto da notte. Era un ometto tarchiato, di cinquant’anni, con la pelle bianca e gli occhi azzurri, calvo sopra la fronte e con gli orecchini. Aveva accanto a sé, su una seggiola, una grande bottiglia di acquavite dalla quale attingeva di tanto in tanto per farsi coraggio; ma appena vide il medico, la sua eccitazione cadde e, invece di bestemmiare come aveva continuato a fare per dodici ore, si mise a gemere debolmente .

La frattura era semplice e senza alcuna complicazione. Charles non avrebbe potuto augurarsi un caso più facile.

Allora, ricordando l’atteggiamento dei suoi maestri accanto al letto dei feriti, cercò di confortare il paziente con ogni sorta di buone parole, carezze chirurgiche che sono come l’olio per ingrassare il bisturi.

Per procurarsi delle stecche, andarono a prendere un fascio di assicelle, nella rimessa.

Charles ne scelse una, la spaccò per il lungo e ne tolse le asperità con un pezzo di vetro, mentre la domestica stracciava lenzuola per ricavarne bende e la signorina Emma si dava da fare per confezionare cuscinetti.

Le occorse parecchio tempo per trovare l’astuccio da lavoro, e suo padre finì con lo spazientirsi: ella non rispose, ma cucendo si pungeva le dita e le portava alla bocca per succhiarsele .
Charles rimase colpito dal candore delle sue unghie. Erano lucide, appuntite, più levigate degli avori di Dieppe, e fatte a mandorla. La mano tuttavia non era altrettanto bella, non abbastanza bianca, forse, e aveva le falangi un po’ nodose; era inoltre troppo lunga e priva di morbidezza nella linea del contorno.
Emma aveva bellissimi gli occhi: benché fossero bruni, sembravano neri per via delle ciglia, e guardavano tutto francamente con un candido ardire .

Terminata la medicazione, il medico fu invitato dallo stesso signor Rouault a mangiare un boccone prima di andarsene .
Charles discese nella sala a pianterreno. Due coperti con bicchieri d’argento erano preparati su una piccola tavola posta ai piedi di un vasto letto a baldacchino rivestito di tela stampata con figure di turchi.
Un odore d’iris e di panni umidi filtrava dal grande armadio in legno di quercia situato di fronte la finestra. In terra, negli angoli, stavano allineati, ritti, alcuni sacchi di grano. Costituivano quanto era avanzato dopo avere riempito il granaio vicino, al quale si accedeva per mezzo di tre gradini di pietra. Attaccato a un chiodo, in mezzo a una parete verde la cui vernice si staccava sotto l’azione del salnitro, per decorare la stanza, v’era, in una cornice dorata, il disegno a matita nera di una testa di Minerva sotto il quale si leggeva in caratteri gotici: Al mio caro papà .
Parlarono dapprima del malato, poi del tempo, del freddo terribile, dei lupi che infestavano i campi di notte.
La signorina Rouault non si divertiva troppo in campagna, soprattutto adesso che quasi tutta la responsabilità del buon andamento della fattoria ricadeva su di lei.
Poiché la stanza non era riscaldata, ella tremava di freddo pur continuando a mangiare, scoprendo così un poco le labbra carnose, che aveva l’abitudine di mordicchiare quando non parlava .
Portava un colletto bianco, piatto. I capelli erano divisi a metà da una scriminatura sottile che seguiva la curva del capo, e scendevano, in due bande, neri e compatti, così da sembrare un tutto unico tanto erano lisci; lasciavano a malapena scorgere il lobo dell’orecchio prima di fondersi, dietro, in una crocchia voluminosa e formavano sulle tempie delle onde che il medico di campagna vide la per la prima volta in vita sua .
Emma Rouault aveva le guance rosate e portava, come un uomo, infilato fra due bottoni del corsetto, un occhialino di tartaruga. Quando Charles, dopo essere salito a salutare papà Rouault, rientrò nella stanza prima di andarsene, la trovò in piedi, con la fronte appoggiata ai vetri, che guardava nell’orto dove il vento aveva fatto cadere i sostegni dei fagioli. Si voltò: «Cerca qualcosa?» «Il frustino, se non le dispiace» egli rispose, mettendosi a frugare sul letto, dietro le porte, sotto le sedie; il frustino era caduto per terra, fra i sacchi e il muro.
La signorina Emma lo vide e si chinò sui sacchi di grano. Charles, per cavalleria, si precipitò, e, mentre allungava il braccio nell’identico movimento di lei, si accorse che sfiorava con il petto il dorso della giovane donna, Ella si rialzò tutta rossa, guardandolo di sopra la spalla mentre gli porgeva il nerbo di bue .
Invece di tornare ai Bertaux tre giorni dopo, come aveva promesso, il medico vi fece ritorno l’indomani, poi regolarmente due volte la settimana, senza contare le visite impreviste che faceva di tanto in tanto, quasi inavvertitamente .
Del resto, tutto andò bene. La guarigione si verificò secondo le regole e quando, in capo a quarantasei giorni, si vide papà Rouault che si provava a fare i primi passi da solo nella malandata casa, tutti cominciarono a considerare il signor Bovary un uomo di grandi capacità. Papà Rouault stesso affermava che non sarebbe stato curato meglio dai primi medici di Yvetot o addirittura di Rouen .
Quanto a Charles non cercava di domandarsi quale fosse il motivo per cui veniva ai Bertaux tanto volentieri .
Se ci avesse pensato, avrebbe senza dubbio attribuito il suo zelo alla gravità del caso o forse al guadagno che sperava di trarne. Ma era proprio per questo che le visite alla fattoria costituivano per lui un così delizioso diversivo nelle meschine occupazioni della sua esistenza? In quei giorni si alzava presto, partiva al galoppo, incitava il cavallo, poi scendeva per pulirsi i piedi nell’erba, e infilava i guanti neri prima di entrare.
Gli piaceva giungere in quel cortile, sentire contro la spalla il cancello che cedeva, udire il gallo che cantava sul muro, vedere i contadini che gli andavano incontro .
Gli piacevano il granaio e le scuderie. Si era affezionato a papà Rouault che, battendogli sulla mano, lo chiamava il suo salvatore; gli piaceva il suono degli zoccoletti della signorina Emma sulle piastrelle pulite della cucina; i tacchi alti aumentavano un poco la sua statura e, quando gli camminava dinanzi, le suole di legno, sollevandosi rapidamente, producevano un suono schioccante contro la pelle dei talloni .
Ella lo riaccompagnava sempre fino al primo gradino della scala esterna. Quando non gli avevano ancora portato il cavallo, si tratteneva là. Si erano già salutati e ambedue tacevano; un turbine d’aria l’avvolgeva, sollevandole i capelli corti e ribelli della nuca, facendole sventolare i nastri del grembiale sulle anche e attorcigliandoli come banderuole. Un giorno, all’epoca del disgelo, l’acqua scorreva sulla corteccia degli alberi nel cortile e la neve si scioglieva sui tetti. Emma stava sulla soglia; andò a cercare un ombrello e l’aprì. L’ombrello di seta color gola di piccione, attraversato dai raggi del sole, le illuminava di riflessi cangianti la pelle bianca del viso.
Là, sotto quel dolce tepore, ella sorrideva e si sentivano le gocce d’acqua cadere a una a una sul tessuto teso .
Da principio, quando Charles aveva cominciato a frequentare i Bertaux, la giovane signora Bovary non tralasciava di chiedere notizie del malato e aveva perfino riservato per il signor Rouault, nel registro che teneva in partita doppia, una bella pagina bianca. Ma quando seppe che egli aveva una figlia, si affrettò a informarsi meglio; le dissero che la signorina Rouault, allevata in collegio, dalle Orsoline, aveva ricevuto, come suol dirsi, un’ottima educazione, e che di conseguenza conosceva la danza, la geografia, il disegno, sapeva ricamare e suonare il pianoforte .
Fu il colmo! "Per questo, dunque," ragionava fra sé "ha il viso così raggiante, quando va a trovarla; per questo, si mette il panciotto nuovo, a rischio di rovinarlo con la pioggia? Ah! Quella donna! Quella donna! …"
E, d’istinto, la detestò. Dapprima si sfogò con le allusioni, ma Charles non le capiva; in seguito si servì di osservazioni casuali, che egli lasciava cadere per paura della bufera; e infine di invettive a bruciapelo alle quali suo marito non sapeva che cosa rispondere – Come mai tornava ai Bertaux dato che il signor Rouault era guarito e che quella gente non aveva ancora pagato l’onorario? Ah! Forse perché laggiù v’era una certa persona, qualcuno che sapeva conversare, un’abile ricamatrice, una donna spiritosa. Ecco cosa gli piaceva!
Per lui ci volevano signorine di città! E continuava: «La figlia di papà Rouault, una signorina di città!
Figuriamoci! Il nonno faceva il pastore e hanno un cugino che per poco non è finito alle assise per una brutta ferita in una rissa. Non è proprio il caso di darsi tante arie e di andare in chiesa la domenica vestita di seta come una contessa. D’altra parte, quel povero diavolo, senza il raccolto del ravizzone, l’anno scorso, non avrebbe saputo come fare per pagare i debiti!» Tediato, Charles smise di andare ai Bertaux. Héloïse gli aveva fatto giurare sul libro da messa che non ci sarebbe più tornato, dopo una scenata piena di singhiozzi e di baci, in un prorompere di passione.
Obbedì, ma l’ardire dei desideri contrastava con il servilismo del suo comportamento, e, per una specie di ingenua ipocrisia, egli ritenne che il divieto di vederla gli desse il diritto di amarla. E poi la vedova era magra, aveva i denti lunghi; portava in tutte le stagioni uno scialletto nero che le arrivava alle scapole; la sua figura ossuta era fasciata da abiti aderenti e troppo corti che le lasciavano scoperte le caviglie là ove, sulle calze grigie, si incrociavano i nastri delle larghe scarpe .
La madre di Charles veniva ogni tanto a trovarli, ma in capo a qualche giorno la nuora era riuscita a renderla tagliente e pungente come lei stessa; e allora si mettevano all’opera simili a due coltelli, scarnificandolo con le loro riflessioni e osservazioni. Faceva male a mangiare tanto! Perché offrire sempre da bere al primo venuto?
Che testardaggine, non volersi mettere la maglia di lana! All’inizio della primavera accadde che un notaio di Ingouville, al quale erano affidati i fondi della vedova Dubuc, prendesse il volo portando con sé tutti i denari del suo studio. Héloïse, invero, possedeva ancora, oltre a essere comproprietaria di un battello per una quota valutata non meno di seimila franchi, la casa di via Saint-François, eppure, di tanta e tanto sbandierata ricchezza non era comparso in casa che qualche mobile e un po’ di biancheria. Bisognava mettere le cose in chiaro.
La casa di Dieppe risultò coperta di ipoteche fino alle fondamenta; a quanto ammontasse il denaro depositato dal notaio, Dio solo lo sapeva, e in realtà la quota del battello non superava i mille scudi.
La brava donna aveva dunque mentito! Esasperato, il signor Bovary padre sfasciò una sedia sul pavimento e accusò la moglie di aver causato l’infelicità del figlio legandolo a una simile rozza i cui finimenti valevano ancor meno della pelle.
Si recarono a Tostes. Alle spiegazioni seguirono le scenate. Héloïse, in lacrime, si gettò nelle braccia del marito scongiurandolo di proteggerla dai suoceri. Charles volle difenderla. I genitori, indignati, se ne andarono .
Ma il colpo era giunto al segno. Otto giorni dopo, mentre stendeva in cortile la biancheria, Héloïse ebbe uno sbocco di sangue e l’indomani, mentre Charles le voltava le spalle per chiudere le tende della finestra, disse: «Ah! Mio Dio», esalò un sospiro e cadde in deliquio. Era morta! V’era di che restarne sbalorditi.
Dopo i funerali, Charles tornò a casa. Al pianterreno non c’era nessuno. Salì al primo piano, in camera da letto, vide un abito di lei ancora appeso ai piedi dell’alcova; allora, appoggiandosi allo scrittoio, rimase fino a sera perduto in un doloroso fantasticare.
Dopo tutto Héloïse l’aveva amato

Da I Buddenbrook:

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la mia lettura2




La sua faccia rotonda, bonaria e rosata, alla quale con la migliore volontà non riusciva a dare un’espressione maligna, era incorniciata di capelli incipriati bianchi come la neve, e una specie di codino appena accennato cadeva sul largo colletto della sua giubba color grigiotopo.

A settant’anni, egli restava fedele alla moda della sua gioventù; aveva rinunziato soltanto agli alamari fra i bottoni e alle grandi tasche, mai però in vita sua aveva portato calzoni lunghi. La sua vasta pappagorgia era comodamente adagiata sul jabot di pizzo

bianco.


[…] Madame Antoinette Buddenbrook […] era una signora corpulenta, con spessi boccoli sugli orecchi, un vestito a righe nere e grigio-chiare senza guarnizioni, indizio di semplicità e modestia. 

[…]Nulla le sembrava più distinto di un elegante negligè e poiché a casa sua non aveva potuto indulgere a quella passione, adesso che era una donna maritata vi si abbandonava con tanto più ardore. Possedeva tre di quei morbidi e delicati capi di vestiario, a eseguire i quali

occorreva talvolta più fantasia, raffinatezza e buon gusto che per un abito da ballo. Oggi

indossava la vestaglia scarlatta, che s’intonava perfettamente con la tappezzeria al di sopra

dei pannelli di legno; la stoffa a grandi fiorami, più morbida dell’ovatta, era tutta trapunta

d’una pioggerella di minuscole perline di vetro dello stesso colore. Una fila di nodi di
velluto rosso le scendeva giù diritta, dalla gola fino ai piedi.


[…]In quella si aprì la porta del corridoio, e nell’incerta luce crepuscolare apparve davanti a

loro, in una vestaglia candida fluente in larghe pieghe, una figura eretta. Le pesanti chiome

fulve incorniciavano il viso bianco, e negli angoli degli occhi bruni un po’ ravvicinati

posavano ombre azzurrine.

Era Gerda, la madre dei futuri Buddenbrook.

E ora, vi invito a commentare a ruota libera. Testi letterari, teatrali, opere d’arte o altre immagini pertinenti al tema trattato, saranno ampiamente apprezzati.  

Grazie a tutti e buona continuazione!