sabato 17 febbraio 2018

Emmeline Goulden Pankhurst, una vita per le donne - Prima parte




Eccomi con questo guest post sul blog della mia carissima amica Cristina Cavaliere, Il Manoscritto del Cavaliere, per parlarvi ancora di donne e diritti, attraverso la ricostruzione della vita di una signora decisamente molto coraggiosa.



 



Vi aspetto numerosi! ^_^



lunedì 12 febbraio 2018

La donna nel XIX secolo – 6




Bentornati!
Mi sono fatta attendere un po’, scusate. Sono in ritardo con la “tabella di marcia” e con la consultazione dei contenuti degli amici blogger, a cui chiedo perdono, in questo periodo sono capitate tante cose inaspettate che mi hanno tenuta lontana dalla rete…
Ma eccomi di nuovo in “pole position” per riprendere la serie dedicata alla Donna nel XIX secolo
Chi desiderasse recuperare i post precedenti può cliccare semplicemente QUI e verrà reindirizzato sulla pagina che ospita tutti i link agli articoli finora editati.


domestiche inglesi nell'Inghilterra del XIX secolo


Prima di affrontare la storia dei movimenti che hanno aiutato le donne a ottenere il diritto di voto – conquista realizzata in ogni parte del pianeta solo nel corso del 1900 – ho scelto di soffermarmi ancora una volta sul tema della donna lavoratrice, in occidente e nel XIX secolo.
Ciò che mi preme sottolineare è che il traguardo del diritto di voto, a cui si faceva riferimento nell’ultimo post della serie, è il risultato di un percorso lunghissimo attraverso la trasformazione della condizione della donna, del suo ruolo e dell’immagine  della donna, nell’Ottocento e nel Novecento.
Quindi, insistere sulle condizioni del mondo del lavoro in quel periodo e soffermarsi a riflettere sull’inquadramento, sociale e giuridico della donna in quanto lavoratrice, è molto importante per comprendere la portata del conseguimento di quel diritto. E, permettetemi di aggiungere, anche per porci una riflessione sull’attualità, con i suoi scoraggianti risvolti di disoccupazione che colpiscono i giovani e soprattutto le donne…

Parlando di suffragio femminile, infatti, non possiamo dimenticare i sacrifici – talvolta anche della stessa vita – le vessazioni e il disprezzo che le donne impegnate in questa lotta hanno subito.  
La conquista dell’uguaglianza giuridica e la parità dei diritti passano attraverso un cammino irto di ostacoli che si svolge in un periodo di trasformazioni epocali, a partire dal fenomeno dell’industrializzazione che consente l’accesso di migliaia di donne nel mercato del lavoro.

Per chiarezza, anticipo che i temi di rivendicazione delle femministe di tutto il mondo occidentale sono molteplici (il diritto; l’educazione e la formazione, che passano comunque attraverso l’acquisizione e il riconoscimento delle competenze professionali; la questione del corpo; la morale;…). Oltre a tutti questi argomenti il tema del lavoro, senza dubbio, gioca un grande ruolo nell’emancipazione femminile.

Questo non significa che le donne abbiano iniziato a entrare nel mondo del lavoro solo a partire da quest’epoca. Le donne hanno sempre lavorato, in tutte le epoche, ma esiste un contrasto netto tra il mondo preindustriale, in cui il lavoro femminile era informale e spesso non remunerato, e il mondo industrializzato della fabbrica, che richiedeva personale salariato e disponibile a rimanere a tempo pieno lontano da casa.

Donna americana del XIX secolo
Nel XIX secolo, questo è il punto, la donna lavoratrice (non importa se si trattasse di un’operaia, di una cucitrice, di una scrittrice, di una ragazza indipendente, di una madre, di una vedova, o della moglie di un operaio disoccupato) viene a rappresentare un problema. Un problema che coinvolge il significato stesso di femminilità e la compatibilità fra femminilità e salario.
Le domande che quella società sollevava erano ovunque le stesse: una donna dovrebbe lavorare per un salario? Qual è l’impatto del lavoro salariato sul corpo della donna? Qual è l’impatto del lavoro salariato sulla sua capacità di adempire i ruoli di madre e di moglie? Qual è il genere di lavoro adatto a una donna?
Le discussioni partirono dall’idea che, mentre nel periodo preindustriale le donne avessero combinato con successo l’attività lavorativa e la cura dei figli, il mutamento del luogo di lavoro (la fabbrica per l’operaia, la casa dei borghesi per le domestiche e le istitutrici, il negozio in città per la campagnola, …) rendeva difficile, se non impossibile questa combinazione.

Come prima conseguenza si sostenne che le donne dovessero lavorare (in modo salariato) solo per brevi periodi della loro vita, e dovessero ritirarsi una volta sposate o dopo la nascita del primo figlio. In questo modo si ritenne che le donne fossero prive di spinte alla carriera e che, pur di tenersi il posto per quel poco che veniva loro concesso, avrebbero lavorato con salari minimi: salario fisso e nessuna opportunità di avanzamento.

La seconda conseguenza fu che alle donne vennero assegnati solo lavori non specializzati e mal pagati. Pertanto, il lavoro femminile veniva inteso sempre e solo come lavoro di scarso valore.

La terza conseguenza fu che, in tutti i settori industriali, gli imprenditori, forti di queste argomentazioni, decisero di inserire le donne nelle loro aziende per risparmiare sul costo del lavoro. 

La quarta conseguenza fu che le confederazioni maschili di mestiere – per esempio l’ordine dei panettieri, o l’unione dei rilegatori di libri – chiusero molto spesso l’ingresso alle donne, o posero condizioni irraggiungibili al loro ingresso.

Orbene, una delle sedi in cui si andò svolgendo il discorso sulla divisione del lavoro e la relativa remunerazione è l’economia politica. Gli economisti del XIX secolo, seppure esistessero importanti differenze tra le diverse nazioni, così come esistessero scuole di economia politica differenti, si trovarono tutti d’accordo su due punti:
  • a)     il salario dell’uomo doveva essere sufficiente, non solo per il suo mantenimento, ma anche per sostenere la sua famiglia.
  • b)    Il salario di una moglie, al contrario, “tenendo conto della cura che essa deve avere dei figli” doveva essere appena sufficiente al suo mantenimento. Anzi, per alcuni economisti, ciò non sembrava nemmeno necessario.

Per esempio, l’economista francese Jean Baptiste Say, sosteneva che i salari delle donne avrebbero dovuto essere mantenuti sempre sotto il livello della sussistenza, perché tanto le donne avrebbero sempre potuto contare sulla famiglia. Per questo motivo le donne sole, zitelle o vedove che fossero, dovevano necessariamente essere povere.
Secondo queste teorie, gli unici responsabili della progenie erano gli uomini.

Un altro elemento importante nel quadro che si andò a dipingere in tutta l’Europa del XIX secolo riguardava il ruolo dei sindacati.
La maggior parte dei sindacalisti uomini cercarono di proteggere il loro lavoro e il loro salario tenendo le donne lontano dalla loro attività e, se possibile, lontano anche dal mercato del lavoro, in generale. Quando dovettero accettare che il salario femminile dovesse essere più basso di quello maschile, trattarono le lavoratrici come una minaccia.
Tutti i sindacalisti del XIX secolo, inglesi, francesi, tedeschi, eccetera concordavano sul fatto che i membri del sindacato avevano il dovere, come mariti e come uomini, di tenere le donne nella sfera domestica, la “loro sfera naturale”. Da tutti i fronti sindacali europei si levò un coro di elogio della casalinga, altresì vennero invocati studi medici e scientifici che sancissero, in modo inequivocabile, che le donne non erano fisicamente capaci di fare il lavoro degli uomini e vennero sostenuti discorsi sulla pericolosità del lavoro per la salute e la moralità della donna.

tabacchine di Rovigno, 1882
Esistevano, ovviamente, anche sindacati che accettavano le donne all’interno dell’organizzazione, ma solo nei settori in cui le donne rappresentavano una porzione rilevante della forza lavoro (es.: nel settore tessile, nella lavorazione del tabacco e nell’industria calzaturiera). Tuttavia, anche in questi casi, il sindacato nazionale proibiva alle donne l’adesione a scioperi e manifestazioni. Intanto, va detto che lo sciopero era considerato un’azione virile, ma soprattutto vanno evidenziati alcuni passaggi chiarificatori. La donna che scioperava veniva ritenuta intollerabile dai padroni, che si aspettavano sottomissione; diventava fonte di disappunto per la famiglia, faceva  scandalo nell’opinione pubblica, poiché uscire dalla fabbrica per una donna equivaleva a comportarsi come prostitute.
Solo in certi casi si costituirono delle associazioni femminili, che per la natura stessa della loro composizione venivano considerate marginali (anche se contavano migliaia di membri).

Pertanto, segregata nelle occupazioni femminili, raggruppata nei sindacati femminili, la situazione delle donne si trasformò nell’ennesima dimostrazione della necessità di ristabilire differenzenaturali” tra i sessi.

A dare il colpo di grazia furono i legislatori che, nel corso del XIX secolo, negli Stati Uniti e in tutta l’Europa Occidentale, per rispondere alle pressioni dei vari collegi elettorali, intervennero a più riprese per regolamentare le pratiche di assunzione nel settore manifatturiero.

operaia italiana di un'azienda bellica. 1914
Anzitutto, va ricordato che le donne, non essendo cittadine e non avendo accesso al potere politico, erano considerate vulnerabili e bisognose di protezione.
Il tema della vulnerabilità e del conseguente bisogno di protezione fu fondamentale per la costruzione di una tesi difficilissima da demolire:
  • a)     il loro corpo era più fragile di quello degli uomini e, per questa ragione, non avrebbero dovuto lavorare per molte ore;
  • b)    l’impiego le distoglieva dai compiti domestici;
  • c)     i lavori notturni le esponevano a rischi di aggressioni sessuali (sul luogo di lavoro, sulla strada dall’abitazione e lavoro e viceversa);
  • d)    lavorare al fianco degli uomini, o sotto la supervisione degli uomini, metteva in pericolo la loro moralità;
  • e)     il lavoro guastava gli organi di riproduzione, rendendole inadatte a generare e allevare bambini in buona salute.

Alle femministe che provavano a negare di aver bisogno della protezione maschile, i legislatori e i rappresentanti dei lavoratori rispondevano che, dal momento che le donne erano escluse dalla maggior parte dei sindacati maschili e che si erano dimostrate incapaci di organizzarsi in un proprio sindacato, avevano bisogno del sostegno di una forza molto potente (che non poteva essere altro che maschile).
In sostanza, la cosiddetta legislazione protettiva venne messa a punto per offrire agli uomini inseriti nel mercato del lavoro (datori di lavoro e lavoratori) una soluzione al problema della presenza delle lavoratrici.
Tradotto in parole poverissime (abbiate pietà), le donne dovevano consentire agli imprenditori di risparmiare sul costo del lavoro, concedere ai mariti un contributo aggiuntivo, ma non dovevano permettersi di montarsi la testa con idee stravaganti (di avanzamento di carriera, di parità di diritti, di parità di salario, …) perché la loro “naturale destinazione”, in quanto femmine, era la casa e l’accudimento della famiglia. Non a caso le operaie di città vennero doppiamente rifiutate: come donne, poiché in antitesi con il concetto di femminilità; come lavoratrici, perché il loro salario, per legge inferiore a quello dell’uomo, veniva considerato una “capricciosa” integrazione del bilancio familiare.

Florence Nightingale, infermiera britannica
diede vita all'assistenza infermieristica moderna
Va anche detto, però che, nel corso di quel secolo, si crearono inediti spazi professionali anche al di là del territorio industriale. Per esempio,  il servizio domestico, che un tempo era appannaggio degli uomini, diventò sempre più un lavoro femminile, guarda caso, svalutato. Le grandi città europee assorbirono dalla campagna (dove la crisi rurale si intensifica) le giovani ragazze che, in quel modo, potevano contare sulla possibilità di guadagnare qualcosa e imparare i rudimenti di istruzione per tentare la scalata sociale.
Le domestiche, inoltre, risultarono altamente coinvolte nei consumi e nelle pratiche urbane e furono loro a far conoscere le mode cittadine alle donne rimaste in campagna. 

Nacque anche una nuova gerarchia, quella delle governanti e delle istitutrici. Spesso si trattava di soggetti provenienti da famiglie borghesi modeste, figlie di pastori o di piccoli funzionari, oppure di orfane o giovani appartenenti a famiglie numerose. La governante era una signora che insegnava a domicilio, spesso ospite della famiglia per la quale lavorava e che, per la sua stessa origine, non poteva trovare solidarietà né presso i datori di lavoro né presso gli altri domestici. I romanzi delle sorelle Brontë e di Jane Austen sono pieni di riferimenti a queste figure…

Jane Austen
Governanti, istitutrici, infermiere, commesse delle poste, assistenti sociali, spiccarono come nuove identità lavorative che aspiravano a un tenore di vita intellettuale e sociale più alto della media delle donne “del popolo” e che per salire anche pochi gradini della scala sociale non avevano altra scelta che quella di restare nubili. Ma la scelta di rimanere nubili, oltre a pesare notevolmente in termini di solitudine, le esponeva anche al rischio di venir percepite come intriganti seduttrici. 

Matilde Serao, 1890, RadioCorriere

I testi di Matilde Serao sono efficacissimi nel restituire una fotografia puntuale, spietata e veritiera di quelle atmosfere. 

Collegandomi alla Serao, vorrei ricordare che, verso la fine del 1800, in molti paesi (Inghilterra, Francia, Germania, USA, Olanda, Finlandia, Italia) nacque un’ulteriore figura professionale, molto meno diffusa delle precedenti (sia chiaro), ma capace di catalizzare l’opinione delle donne e differenziare le posizioni femministe: la giornalista.

Di fatto, man mano che sorsero nuove associazioni femministe, si sviluppò una stampa autonoma che, nella maggior parte dei casi, ebbe vita beve ma rivestì un’importanza fondamentale per sottrarre dall’oblio la questione di genere: questa figura offrì alle signore la grande opportunità di confrontarsi sui punti nodali delle loro rivendicazioni.

Caroline Remy, in un quadro di Renoir
La prima donna giornalista che riuscì a vivere del proprio lavoro fu una parigina che scriveva su La Fronde, un quotidiano fondato nel 1897 da Marguerite Durand e trasformato in mensile nel 1903. Si chiamava Caroline Remy, era nota come Sévérine.

il giornale diretto da Emily Davis
Nell’Inghilterra del 1859 Emily Davis scriveva sul English Womens’s Journal e negli Stati Uniti del 1868 Susan Anthony, leader del movimento suffragista, scriveva su The Revolution. Il suo giornale mirava a promuovere il diritto al suffragio delle donne e degli afroamericani, ma si occupava anche di molti altri temi sociali, come il diritto ad un salario equo, leggi più liberali per il divorzio e la posizione della Chiesa sulle questioni femminili.

la testata americana di S.B. Anthony, The Revolution

Susan B. Anthony e Elisabeth Cady Stanton
In Germania, nel 1891, la esponente socialista e combattente per i diritti delle donne, Clara Zetkin, conversava con le tedesche attraverso la testata Arbeiterin, mentre negli USA Amelia Bloomer, nel 1849, redigeva articoli magnetici su The Lily

Clara Zetkin

In Italia, oltre a Matilde Serao, che a Napoli, tracciava un ritratto a tinte forti della realtà femminile, nella Milano del 1868 troviamo Anna Maria Mozzoni, la quale dava vita a una rivista cosmopolita, invitando le lettrici a seguire l’attualità femminista all’estero. La rivista si chiamava La donna e divenne la tribuna dalla quale tante brave giornaliste si batterono per il diritto all’istruzione femminile. La Mozzoni fu anche autrice de La donna e i suoi rapporti sociali, considerato il manifesto del femminismo italiano.
Come loro ve ne furono anche altre, che non ho citato per evitare di creare un “effetto lista”. Ciò che conta è che questi giornali si trasformarono in tante sedi di associazioni culturali femministe nelle quali venivano offerte le indicazioni di uno stile di vita.  

Anna Maria Mozzoni
In conclusione, ciò che ho voluto mettere in luce è che la lotta a favore di un accesso al mondo del lavoro ha gettato le premesse per la conquista di un’autonomia economica legata a doppio filo con la rivendicazione, da parte dei tanti movimenti femministi nati nel XIX secolo, di molti altri diritti. 
Riflettendo sugli obiettivi del passato, non posso però esimermi dal fare considerazioni su ciò che oggi vedo intorno a me. La mia impressione è che, sebbene le donne europee continuino a entrare nella forza lavoro in gran numero, la parità di genere in talune zone sembra essere più di facciata che di sostanza. Inutile dire che mi sto riferendo all’Italia, paese nel quale la difficoltà nel conciliare il lavoro con la famiglia rimane uno zoccolo duro e nel quale, da decenni, si è favorito (o se preferite, non si è fatto nulla per impedire) un massiccio accesso femminile all’occupazione temporanea, instabile e incerta. Per effetto di tutto ciò, intere generazioni, madri e figlie, si confrontano con un precariato che, di fatto, impedisce loro la progettazione del futuro. Dove si sia verificata la frizione che ha bloccato il motore della grande macchina dell’emancipazione, non lo so. Mi vien da dire che, forse, abbiamo abbassato la guardia troppo presto…

Prima di porvi, com’è consuetudine, delle domande sull’argomento trattato, permettetemi di ricordarvi che sabato 17 febbraio, su Il Manoscritto del Cavaliere uscirà la prima parte di un mio guest-post dedicato a una delle figure più importanti della lotta per i diritti delle donne inglesi: Emmeline Goulden Pankhurst.
Non mancate all’appuntamento, mi raccomando!

E ora, vi chiedo gentilmente di raccontarmi cosa vi ha colpito di più e perché.

Vi auguro una bella settimana e vi abbraccio! :)


N.d.R.: tutte le immagini presenti nel post sono state tratte da Wikicommons


FONTI BIBLIOGRAFICHE:
Joan W. Scott, La donna lavoratrice nel XIX secolo, in Storia delle donne. L'Ottocento, Laterza, Bari, 1991
Célibat et âge au mariage aux XVIIIe et XIXe siècles en France. II. Age au premier mariage – articolo di Louis Henry e Jacques Houdaille, pubblicato sul n° 2 della rivista Population, nel 1979  

Wikipedia e Enciclopedia Treccani, per le ricerche su: Matilde Serao, Caroline Remy, Emily Davis, Susan Anthony, Clara Zetkin, Amelia Bloomer, Anna Maria Mozzoni   






lunedì 29 gennaio 2018

L’invisibile oltre il visibile





Vi è mai capitato di provare attrazione per un luogo fisico con il quale, prima di arrivarci, credevate di non aver nulla a che fare, ma dopo averci messo piede una sola volta vi siete sorpresi annodati da una relazione profonda, atavica e difficilmente spiegabile?

Bene, se avete voglia di seguire le mie strampalate elucubrazioni, toccheremo questi argomenti: vi voglio raccontare dei luoghi che chiamano, evocano e sembrano possedere un’essenza interiore.


Santa Fiora - Veduta della Peschiera 
Per introdurre la divagazione mi avvarrò delle parole del grande scrittore Antonio Tabucchi (Pisa, 23 settembre 1943 – Lisbona, 25 marzo 2012), il quale in una raccolta di riflessioni intitolata “Viaggi e altri viaggi”, scriveva:

«Un luogo non è mai solo quel luogo. Quel luogo siamo un po’ noi. In qualche modo, senza saperlo ce lo portavamo dentro…e un giorno per caso ci siamo arrivati. Ci siamo arrivati il giorno giusto o il giorno sbagliato, a seconda, ma questo non è responsabilità del luogo, dipende da noi. Dipende da come leggiamo quel luogo, dalla nostra disponibilità ad accoglierlo dentro gli occhi e dentro l’animo, se siamo allegri o malinconici, euforici o disforici, giovani o vecchi, se ci sentiamo bene o se abbiamo mal di pancia. Dipende da chi siamo nel momento in cui arriviamo in quel luogo. Queste cose si imparano col tempo, e soprattutto viaggiando…» 

Antonio Tabucchi

Come comprenderete, ciò di cui intendo parlarvi non è facilmente definibile. Non si tratta di una questione che si possa sviscerare ed esaurire partendo da un’analisi razionale che poggia su fatti concreti e oggettivi e sul concatenarsi di progressive conseguenze ad essi collegati.
È qualcosa di più sottile che ha a che vedere con la sensibilità e con la disponibilità interiore, insita in ciascuno di noi, a cogliere e decodificare alcuni segnali come una sorta di messaggio.
No, non temete, non ho nessuna intenzione di convertire chicchessia all’irrazionalismo, o a una visione mistica della realtà, o addirittura esoterica. Sono solo riflessioni su un’esperienza che personalmente ho vissuto più e più volte e sarò più chiara riportandovi un esempio su tutti.

Dovete sapere che diversi anni fa, da ragazzina, ho trascorso una vacanza in un paesino della provincia grossetana, sul Monte Amiata, ospite della famiglia di un’amica e compagna del liceo. 

Vi dico sin d’ora che, dal punto di vista paesaggistico, quel luogo è indubbiamente mirabile, come lo sono tanti altri borghi disseminati lungo il nostro Bel Paese. Non è una meta particolarmente rinomata, pur essendo importante sul piano del turismo locale e pur vantando alcuni nomi celebri tra i suoi residenti. Un po’ come ogni località italiana, del resto. 

Quello che, invece, fin dal principio, mi ha catturato di quel territorio, giocando un ruolo addirittura magnetico, è stato altro.
Non si tratta dell’influenza di qualche persona, sebbene ne abbia conosciute diverse e alcune di loro si siano rivelate senza dubbio importanti; non si tratta nemmeno dell’influenza del clima o della gastronomia locale, per quanto entrambi siano eccellenti.
Si tratta, bensì, dell’energia di quel luogo, di quell’energia che non scaturisce dall’uomo e dai suoi artefatti, ma che erompe direttamente dalla natura: dall’aria, dal suolo, dall’acqua, dai boschi,...

Saturnia. Le cascate del Mulino
Forse, sarà stato per via del panorama caratterizzato da sfumature di colori cangianti in ogni stagione, quello che si può ammirare nelle giornate più nitide, salendo sulla cima dell’Amiata: gli Appennini toscani, emiliani, umbri, marchigiani, laziali, le isole dell’Arcipelago dell’Argentario, la Sardegna e la Corsica. 

Saturnia. Le cascate del Gorello


Sarà stato per l’insolita presenza di uno sperone di roccia dall’aspetto lunare: il Monte Labbro. Dovete sapere che il Monte Labbro è un sito particolarmente suggestivo in cui, la notte, si riesce a osservare una quantità strabiliante di stelle; è anche un luogo che sin dal primo sguardo appare in netto contrasto con l’Amiata e il resto del paesaggio circostante. 
Sì, il Monte Labbro è anche il luogo in cui si insediò David Lazzaretti, il Profeta contadino di Arcidosso, il Cristo dell’Amiata, che venne ucciso nel 1878 da un carabiniere durante una processione. Al di là delle leggende ricamate intorno a Lazzaretti e ai suoi seguaci, i giurisdavidiani, occorre precisare che quello fu un periodo di grande tensione e anche di grande miseria, con le masse contadine che aspiravano a un miglior tenor di vita e con il Papa che, in seguito alla perdita del potere temporale, invitava i cattolici a non  partecipare alla vita politica del nuovo stato, il regno unito d’Italia (si era appena raggiunta l’unità del Paese). E proprio in quel momento storico quest’uomo predicava l’utopia socialista.

Monte Labbro. Ruderi della torre Giurisdavidica
Sarà stato per la conformazione vulcanica di quelle terre, per l’eco della loro potenza, per il fascino delle cascate d’acqua sulfurea che, calda e vigorosa, sgorga naturale dalla roccia di travertino presso le Terme di Saturnia.

Sarà stato per le selve, così ricche di castagni, così selvagge e autentiche. 

Sarà stato per quei sentieri intrisi dei segni del passaggio degli etruschi.

Sarà stato per tutto questo, o per altro ancora. Non lo so. 

Ma il messaggio che mi è giunto forte e chiaro da quei luoghi era che lì si trovava parte delle mie radici.

Eppure, se mi chiedeste di dare una spiegazione concreta a tutto ciò non saprei farlo, anzi, posso assicurarvi che le radici storiche della mia famiglia risiedono ben altrove…

Arcidosso
Ora, per ragioni di sintesi, vi dico che i miei soggiorni sull’Amiata sono durati un certo lasso di tempo per poi interrompersi bruscamente. La stessa amica e compagna di classe, che mi invitò laggiù la prima volta, è venuta a mancare diversi anni fa, in modo prematuro.

Malgrado ciò, posso dire che, ricorsivamente negli anni, quella terra mi ha chiamata a sé nei modi più imprevedibili, finché ho risposto, tornando a visitarla: un amico milanese tutt’a un tratto ha deciso di spostare lì, seppur temporaneamente, la propria residenza (pur non avendo alcun legame con quel luogo); mi sono imbattuta in un paio di bizzarre e sorprendenti conversazioni, durante le quali due perfetti sconosciuti, incrociati per caso, han fatto a gara per decantarmi la bellezza di quelle terre; per ultimo, proprio di recente, ho intercettato una lunga sequela di citazioni su Santa Fiora, Arcidosso, Castel del Piano, … e i relativi personaggi storici, artistici, e cosi via, pervenute da amici e conoscenti, non solo disgiunti l’uno dall’altro, ma che non sospettavo minimamente conoscessero quei posti,… (e forse, qualcuno tra loro mi sta leggendo). 

Castel del Piano
Insomma, arrivata a questo punto, ho pensato valesse la pena soffermarmi a riflettere sul potere che certi luoghi (non ve n’è uno solo, non c’è solo l’Amiata, per intenderci) hanno per entrare intensamente in comunicazione con noi.

E allora ho cercato risposte annidiate nei grovigli del tempo...

Per esempio, sapevate che gli antichi Greci consideravano alcuni luoghi, come incroci, sorgenti, pozzi, boschi,  dotati dell’anima di dèi, dee, ninfe, demoni, mentre gli antichi Romani avevano addirittura trovato il modo per definire l’entità naturale e soprannaturale legata a un luogo? 

L’hanno chiamata Genius Loci.

Se ci pensate, il Genius Loci è un pensiero illuminante, capace di spiegare molte cose.

Ma, come spesso capita, l'uomo riesce benissimo a complicarsi la vita e, infatti, ecco che, con l’avvento del razionalismo di Cartesio e la rivoluzione scientifica del Seicento, l’anima legata ai luoghi viene disconosciuta. Non solo. Secoli dopo, con la crescita esponenziale della tecnologia, l’uomo si è convinto sempre più della propria superiorità verso la natura.

Potrà mai esserci convincimento più ottuso e devastante?


Ma, soprattutto, secondo voi, poteva perdersi del tutto tanta maestosa bellezza, senza lasciare traccia del suo passaggio? 

No, non poteva. E, infatti, in mezzo a tanto materialismo, in mezzo alla visione antropocentrica dominante, le menti illuminate dei poeti hanno mantenuta accesa l’idea che l’uomo potesse assurgere a un grado di conoscenza superiore solo ponendosi in comunione con la natura. 
Grazie al loro magnifico linguaggio, visionario e immaginifico, ora siamo di nuovo consapevoli che esiste un legame indissolubile tra l’uomo e i luoghi.

Tra questi sapienti possiamo annoverare molti nomi illustri.
Oggi, oltre alla dichiarazione di Tabucchi, presentata poc’anzi, vorrei proporvi le riflessioni di altri tre capisaldi di questa corrente di pensiero filosofico: Rainer Maria Rilke, Thomas Eliot, Henry David Thoreau.

Rainer Maria Rilke

Lo scrittore, poeta e drammaturgo Rainer Maria Rilke (Praga, 4 dicembre 1875 – Montreux, 29 dicembre 1926) sosteneva che la ‘parola sacra’, la parola dei poeti, fosse in stretta relazione con il Genius Loci, e che essa fosse la testimonianza più immediata dell’energia del luogo e del mito d’origine.
Ecco cosa scriveva in Elegie Duinesi:

«Non soltanto tutti i mattini dell’estate, non soltanto/ come si fan giorno e come raggiano prima./ Non soltanto i giorni teneri e delicati intorno ai fiori,/ e su / intorno agli alberi formati, forti e possenti. Non soltanto la devozione di queste forze spiegate / non soltanto le vie non soltanto i prati di sera…/ ma le notti! Ma le notti alte dell’estate, / ma le stelle, le stelle della terra. / Oh, esser morti una volta, e saperle all’infinito / tutte le stelle perché come, come, come dimenticarle


Thomas Eliot
Thomas Eliot (Saint Louis, 26 settembre 1888 – Londra, 4 gennaio 1965), poeta, saggista, critico letterario e drammaturgo statunitense, in Quattro quartetti, a sua volta, si esprimeva così:

«Spunta l’alba e un altro giorno / Si prepara al calore e al silenzio. Laggiù sul mare il vento dell’alba / increspa e scivola. Io sono qui / O là, o altrove. Nel mio principio

Henry David Thoreau, (Concord, 12 luglio 1817 – Concord, 6 maggio 1862), filosofo, scrittore e poeta statunitense, nella sua opera, Camminare, affermava quanto segue:

Henry David Thoreau

«Camminavamo in una luce pura e fulgida, che ammantava d’oro l’erba e le foglie ormai secche, in una luminosità dolce e serena, e io pensai che mai mi ero trovato immerso in un tale flusso dorato, senza un’increspatura o un mormorio che lo turbassero. I pendii dei boschi e delle colline, a ponente, risplendevano come i confini dei Campi Elisi, e il sole, posandosi sulle nostre spalle, sembrava un pastore gentile che guidasse, la sera, il nostro ritorno a casa

Ecco, soprattutto dopo la lettura di questi versi, anch’io nel mio piccolo credo che il legame indissolubile tra l’uomo e i luoghi si riassuma nel percepire l’invisibile oltre il visibile: avvertire e (ri)-conoscere un luogo come un’anima a cui rendere omaggio, come una meraviglia della natura, come qualcosa di miracoloso e straordinario che ci riempie il cuore di immensa emozione.

E voi, miei cari, cosa ne pensate? 

Avete mai sperimentato questo genere di emozioni? 



BIBLIOGRAFIA:
Antonio Tabucchi, Viaggi e altri viaggi, Feltrinelli, 2010
Rainer Maria Rilke, Elegie Duinesi, Einaudi, 1978 p.p. 40-43
T.S. Eliot, Quattro quartetti, Garzanti; 1979, p. 23
Henry David Thoreau, Camminare, Mondadori, 1991, p. 63
David Lazzaretti, Wikipedia

ICONOGRAFIA:
Le immagini utilizzate nel post provengono da Wikipedia e WikiCommons:
Santa Fiora - Veduta della Peschiera
Arcidosso -  Veduta della rocca  
Monte Labbro - Ruderi 
Castel Del Piano
Saturnia - Le cascate del Mulino e le cascate del Gorello
Rainer Maria Rilke
T.S. Eliot
Henry David Thoreau