lunedì 16 ottobre 2017

RIFLETTO(RI) su Nadia Bertolani





Oggi ho l’onore e il piacere di presentarvi un’amica preziosa e il suo romanzo più recente: Nadia Bertolani e “Mariotta, la quarta bambina”.




Titolo: Mariotta, la quarta bambina

Autore: Nadia Bertolani

Anno di pubblicazione: 2016

Formato: cartaceo, prezzo 12,00
Formato: e-book, prezzo 3,99
Link dove acquistarlo:

Questo è un romanzo che cattura fin dall’inizio e si insinua prepotentemente nel cuore del lettore per la capacità dell’autrice di architettare una trama che, snodandosi in un intrigante climax, lo immerge via via nella suggestiva descrizione delle mille fragilità dell’animo umano, luoghi dalle atmosfere inquietanti, scabrosi misteri, potenti e inaspettati sviluppi.
Mariotta la quarta bambina è un libro introspettivo, dove nulla è banale. Dotato di un intreccio che permette di esperire un carosello di emozioni che vira dai toni più cupi a quelli più luminosi, spinge chi legge a porsi domande sul proprio percorso evolutivo, dall’infanzia all’età adulta, e a sentirsi libero di interpretarne il finale a propria discrezione.

Fiammetta, la protagonista, donna intelligente, colta, bella e sofisticata, vive agiatamente a Parigi con Nicola, marito tenero, innamorato, nonché illustre e amato scrittore di fiabe.
Nonostante l’apparente vita tranquilla e invidiabile, ella è tormentata dal passato che le si ripresenta ossessivamente in sogno attraverso Mariotta, la compagna di gioco dell’epoca in cui, ancora bambina, viveva a Torralta. Quel ricordo incompleto, spezzato, cela un terribile segreto che poco alla volta spegne ogni suo entusiasmo nella vita quotidiana, minaccia di mandare all’aria il suo matrimonio e, soprattutto, rischia di offuscarle la ragione.
Nicola, sempre più preoccupato dal repentino manifestarsi di disturbi dell’umore accusati dalla moglie, tenta di farle recuperare l’equilibrio invitandola a sottoporsi alle sedute di un esperto psicanalista.
Questo non è che l’inizio della storia.

In occasione di un premio letterario, il romanziere viene invitato a presenziare alla cerimonia di consegna che avverrà proprio a Torralta dove, nonostante una buona dose di ritrosia, lo seguirà anche Fiammetta. Il ritorno in quel luogo darà vita al riaffiorare di intense immagini legate all’infanzia che, dipanandosi pian piano, sveleranno nuovi contorni e indurranno la donna a fare i conti con inediti frammenti emersi dall’oscurità del passato e dalle nebbie della mente.
Nadia Bertolani ci regala un encomiabile spaccato psicologico dei protagonisti, ma soprattutto raffinatissime pagine giocate sul registro “fantastico”, attraverso le quali, oltre ad emergere senza ipocrisie luci e ombre di adulti e bambini, spicca un’acuta riflessione sul senso del tempo.
Come dicevo, la prosa è molto raffinata e colta, eppure scorrevolissima e assai piacevole grazie alla grande maestria dell’autrice nel dosare tempi e tonalità. La narrazione, che si sdoppia su due piani temporali apparentemente paralleli, il presente e il passato, è volutamente lenta, quasi melodrammatica nella prima parte, con l’insistita e doverosa descrizione delle sofferenze interiori che la protagonista vive a causa dell’ingombrante presenza di Mariotta nei suoi sogni. Diventa incalzante, piena di suspense e di colpi di scena nella seconda, sia durante il soggiorno a Torralta, che nel ritorno a Parigi, quando Fiammetta si imbatte nelle nuove cupe verità.  

Non aggiungo altro, se non che consiglio vivamente la lettura di questo piccolo gioiello!

Biografia dell’autrice:
Nadia Bertolani è nata a Mantova e vive in provincia di Parma.
Ha insegnato Lettere presso l’Istituto d’Arte di Parma e ha scritto diverse pagine di critica nei cataloghi degli amici pittori.
Solo nel 2002 avviene la svolta che la porta a pubblicare il primo romanzo, “L’uccellino di Maeterlinck”, edito da Tre Lune edizioni.
In seguito, rispettivamente nel 2011 e nel 2012, pubblica “Di pietra e di luna” e “Brumby, l’orizzonte degli eventi” su Ilmiolibro.it.
Ha pubblicato numerosi racconti vincendo prestigiosi concorsi letterari..
Mariotta, la quarta bambina”, edito nel 2016 ancora una volta sul sito ilmiolibro.it, è stato selezionato dalla giuria della Scuola Holden ed è attualmente in lizza tra i finalisti del concorso ilmioesordio.

Ed ecco a voi l’intervista promessa:

[D] Nadia, noi ci conosciamo da anni e ogni volta che incontro un tuo scritto lo immagino letto dalla tua inconfondibile voce, calda e profonda. Ti andrebbe di raccontare ai lettori di questo blog qualcosa di te, come donna e come autrice di romanzi e racconti?
[R] Sì, ci conosciamo da anni e io non dimenticherò mai “la biondina” che era venuta fino a Borgo Taro per la presentazione del mio Brumby. Ho pensato allora, e lo penso anche adesso, che il tuo era stato un “viaggio” molto generoso: sei diventata da subito la mia Darling Clementine. Come vedi, temporeggio, perché parlare di me mi riesce molto faticoso; in breve, ho occupato buona parte della mia vita impegnandomi nelle battaglie femministe (come sai, non sono giovane) e immergendomi in una politica tutta rivolta alla difesa dei diritti civili, ho avuto due figli a distanza di dieci anni l’uno dall’altro (dopo il primo avevo giurato a me stessa che sarebbe rimasto figlio unico, poi ho imparato che è meglio evitare i giuramenti e soprattutto che non si deve mai scommettere su se stessi) e ho “osato” cominciare a scrivere alla soglia dei 50 anni. La spinta a farlo è stata l’improvvisa consapevolezza che molto del mio tempo se n’era già volato via senza che io sapessi “veramente” cosa era successo prima di me. Tu sai che “L’uccellino di Maeterlinck” nasce dal desiderio di recuperare parte di un passato che mi riguardava ma che non mi era stato mai raccontato. Da allora provo a scrivere e alterno le sensazioni che ne derivano: a volte contentezza, piacere, stima di me stessa, altre volte dubbi, esitazioni, spleen, paura di avere presunto troppo.
[D] Ecco un punto molto interessante! E, infatti, in “Mariotta la quarta bambina” il tempo è un grande protagonista: il passato viene continuamente accumulato e i tempi successivi non sono mai omogenei tra loro. Essi recuperano quelli precedenti, come nella metafora di Bergson del gomitolo e della valanga, in modo che tutto resta presente e si arricchisce continuamente. Insomma, secondo te, la vita è davvero come una frase, dove basta inserire una virgola per far cambiare non solo ciò che viene dopo, ma anche ciò che c’era prima?
[R] Proprio così, dici bene. Ho la certezza che quello che ricordiamo ci appare attraverso la lente deformante dell’oggi e che domani lo stesso identico ricordo avrà tinte completamente differenti. Come sai, i “falsi ricordi” sono trappole in cui cadiamo inconsapevolmente e, soprattutto, il nostro passare attraverso le maglie del tempo ci illude o ci delude in ugual modo. Non è un caso che io scelga spesso, per raccontare, il tempo verbale Presente, perché è pluriprospettico, illude che la profondità in cui sono precipitate le azioni del passato possa combaciare con la vicinanza del presente. Del resto, Fiammetta, la protagonista del romanzo, e il marito dimostrano di saperlo bene quando parlano dei tempi perfetti e imperfetti, cioè dei tempi verbali che raccontano fatti conclusi e irripetibili i primi, e fatti ricorrenti i secondi. Fiammetta crede che non possa esistere il tempo verbale Perfetto, che nulla è mai concluso del tutto. E questo è poi dimostrato nel finale del romanzo. Sì, la questione del tempo è cosa che mi affascina e mi piace collegarla alle regole misteriose che presiedono al linguaggio e alla sua grammatica.
[D] E tu sai farlo con grande maestria! Proseguendo le riflessioni, inevitabilmente, colgo altri due temi fondamentali nel tuo romanzo: la memoria e i luoghi. Proust sosteneva che nella memoria non vi sia nulla che si perda, a patto che si faccia distinzione tra l’avere memoria e il rammentare. Per Proust esistono dei modi per far emergere ciò che sembra scivolato nell’oblio. Celebri sono le pagine del thè con le madeleine, quando racconta dei sapori e degli odori di quei biscotti che gli ricordano il passato. Nel tuo romanzo, l’elemento evocatore è Torralta, quindi un luogo. Ti andrebbe di raccontarci la genesi della tua opera e il senso di questo luogo?
[R] Mariotta è opera di invenzione, ma, come diceva qualcuno, paradossalmente le autobiografie migliori sono le storie inventate; c’è molto di noi quando “inventiamo”. Ecco dunque che Torralta è una Mantova camuffata e rimpicciolita e che il Giardino della Torre è il giardinetto spoglio del Castello Ducale dove giocavo da piccola; naturalmente il “bambino nano” non è mai esistito, naturalmente nessuno mai è caduto dalla Torre ma molto, moltissimo dei ricordi della mia infanzia è legato alle vicende delle “bambine che trotterellano”. Eccola la genesi della mia invenzione: una filastrocca, tre bambine, la mia infanzia e un incubo. Come potremmo vivere senza qualche incubo? E tra gli incubi che penso non abbiano mai risparmiato nessuno c’è quello della caduta nel vuoto. Collegare l’incubo della caduta alla Torre e alle bambine è stato quasi obbligatorio. Lo vedi? Torniamo a quello che si diceva prima: passato, futuro, memoria e invenzione hanno il loro naturale esito in una storia. Ma anche in due, tre, infinite storie, tante quanto sono i nostri “passati”. Che la Torre sia l’elemento che permette a Fiammetta il recupero della memoria è solo in parte vero perché, per prima cosa lei recupera un falso ricordo e, come seconda cosa, il recupero avviene nel bel mezzo di una festa dove quasi tutti sono mascherati; dunque, un bell’inganno! 
[D] Eccome! Se dico istinto e coscienza, identità e alterità, cosa risponderesti? Possiamo dire che anche queste tematiche avvolgono e compongono la storia di Mariotta, o no?
[R] Direi che è l’ambiguità a presiedere a tutte le fasi del racconto perché il tema, a dispetto della presenza di uno psicoanalista impettito, non è tanto quello della coscienza o dell’Es, ma il vero tema è “il fantastico”. Io non amo il genere “fantasy” proprio perché so con certezza, in qualsiasi momento, che quello che leggo o guardo non è reale, non esiste, ma con il fantastico è tutta un’altra faccenda: si legge, si guarda e… si esita. Magari solo per un attimo, ma in quell’attimo, quello in cui non sappiamo trovare una spiegazione razionale, quello in cui ancora non abbiamo scelto se “credere” o “non credere”, ecco, in quell’attimo di esitazione siamo nel pieno del fantastico. Non per caso quando Fiammetta visita il Cimitero di Père Lachaise si imbatte proprio nella tomba di Gerard de Nerval, autore di pagine “fantasticamente” ambigue. Non per caso Fiammetta sposa uno scrittore di fiabe. Quanto all’identità, certo, l’identità è tema importante ma anch’esso irrisolto perché anch’esso collegato alla dimensione fantastica di cui ti ho parlato: qual è l’identità del “bambino nano”, quale quella della “Donna Nera”, quale, soprattutto quella di Mariotta?
[D] Non a caso la narrazione di questo tuo romanzo prevede un continuo dispiegarsi del sogno nella realtà… Cara Nadia, mi rendo conto che ciò che sto per chiederti suonerà un po’ scontato, ma tant’è. Parliamo di Nicola, il marito di Fiammetta: tu che lo conosci meglio di chiunque altro, come lo definiresti?
[R] Ho ricevuto qualche critica riguardo a Nicola: un buono troppo buono, mi hanno eccepito, quasi irrilevante ai fini dell’intreccio, ma non è così; a ben guardare, questo scrittore di fiabe tanto più vecchio della moglie ha, rispetto a lei, un maggiore vigore nell’affrontare la vita, direi che sotto quella veste di uomo tranquillo, un “homo” più che un “vir”, sa muoversi “prosaicamente” sul terreno delle ossessioni di Fiammetta, sa governarla, per lo meno fino a un certo punto... È paziente ma non succube, è creativo ma non avulso dalla realtà, è protettivo e dotato di humor. 
[D] A me piace davvero un sacco quel personaggio e ti ringrazio di quest’ulteriore conferma. Ora, vorrei porti un ultimo quesito su “Mariotta”: il viaggio introspettivo è sempre presente nei tuoi romanzi e mi ha sempre affascinato. Penso a “Brumby”, penso a “Di pietra e di luna”. In “Mariotta” il viaggio torna a presentarsi e assume una forma  ancora più intensa. Qual è l’affinità, se esiste, tra ciò che un autore scrive e ciò che esperisce nella sua esistenza e cosa è cambiato nel tuo stile dall’inizio a oggi?
[R] Ti devo confessare che, quanto più amo i romanzi del Naturalismo francese o del realismo inglese e quanto più mi affascinano i romanzi gialli, tanto più mi sento incapace o impossibilitata a seguirne le orme. Ogni volta che scrivo mi accorgo che non sono tanto brava a raccontare o descrivere fatti e scene desunte dalla realtà. La mia cifra stilistica è decisamente quella onirica, un “realismo magico” in formato ridotto, una discesa negli abissi dei pensieri più nascosti… Il ruolo del Destino in “L’uccellino di Maeterlinck”, la Vergogna e la Colpa in “Di pietra e di luna”, l’Inettitudine al vivere in “Brumby” e la magia dell’infanzia in “Mariotta”. Non sono sicura di sapere quale sia l’origine di questa preferenza, ma credo che moltiplicare me stessa nei Personaggi che invento sia una forma di autoanalisi, forse di autoassoluzione. Quanto allo stile, forse la mia scrittura ha perso rigidità rispetto alle mie prime pagine, il che è un bene, ma rimango ossessivamente ancorata alla ricerca della parola più adeguata, quella meno “consumata” dall’uso, all’inseguimento del ritmo incalzante o meno a seconda delle esigenze narrative, al tentativo di evitare melensaggini sciatte da una parte ed eccessivi formalismi dall’altra.
[D] In milanese si dice “inscì vèghen”, cioè averne di scrittrici come te! Adesso passiamo alla domanda “pestifera”. Viviamo in uno dei paesi europei in cui si legge meno. Cosa pensi della crisi editoriale in Italia?
[R] Uh, Clementina, che domandona! Ce ne sarebbe da dire! Ma io, per esperienza e per convinzione, ribadisco che la scarsa attenzione (di tutti, ribadisco, non solo delle scelte politiche) alla scuola sia uno dei motivi più forti di questa “distrazione”; sai qual era l’obiettivo che mi prefiggevo ad ogni inizio di anno scolastico? Che gli studenti si appassionassero alla lettura. Ci sono riuscita? Non sempre, ma qualche volta sì! Quanto agli Editori, una volta ero una critica più severa, oggi li posso anche capire! Io stessa come lettrice fatico moltissimo a rimanere aggiornata sui titoli che escono quotidianamente in grandissimo numero. Certo che se gli Editori fossero meno sensibili alle sirene del mercato potremmo avvantaggiarcene tutti. Vorrei poi da queste pagine rivolgere un invito a tutti i genitori: leggete per e con i vostri bambini, qualcosa resterà.
[D] Condivido ogni tua parola. Ma andiamo avanti. Sei tra i finalisti del concorso indetto da ilmiolibro.it. Il tuo romanzo è stato selezionato direttamente dalla giuria della Scuola Holden e se vincesse verrebbe pubblicato da Newton Compton. Dopo tanti anni di auto-pubblicazione, che significato assumerebbe ai tuoi occhi questa circostanza?
[R] Ho già sperimentato con la Casa Editrice Tre lune di Mantova la pubblicazione del mio primo romanzo, ma, se devo essere sincera, senza una Distribuzione capillare e senza una campagna pubblicitaria adeguata non si va molto lontano. Venti anni fa, forse, mi sarei spesa di più per la promozione delle mie pubblicazioni. Oggi, mi sento felice e soddisfatta dei miei “25 lettori”.
[D] Glisso sui “25 lettori”, invece ritengo che tu abbia detto una grande verità quando sostieni che la distribuzione capillare e il battage pubblicitario sono elementi fondamentali. Che suggerimento daresti a un aspirante scrittore?
[R] Di non perdere tempo. Di non perdere le speranze. Di leggere moltissimo. Di non accontentarsi mai.
[D] È arrivato il momento di salutarci e non può mancare l’ultima domanda di rito: ci vuoi anticipare qualcosa sui tuoi progetti futuri?
[R] Sono un bradipo: da più di due anni mi arrovello su un progetto che ancora non decolla. So di cosa voglio parlare, ma i miei Personaggi non mi vogliono ancora svelare chi sono veramente. Appena avrò raggiunto qualche certezza sarai la prima a saperlo.
Ti sono enormemente grata, Nadia, del tempo che hai dedicato a L’angolo di Cle e ai suoi lettori. È stato un onore e un grande piacere averti qui. Mi auguro che tu voglia tornare presto a trovarci!
[R] L’onore è mio. Grazie di avermi ospitata.

Bene, il post si conclude qui. 
A presto, dunque e buona settimana a tutti! 


venerdì 13 ottobre 2017

Tarocchi classici: Arcani Maggiori. L’Imperatrice/12



figura 1


Prosegue la serie dedicata ai Tarocchi con l'analisi del terzo arcano maggiore: L’Imperatrice.
Alcuni sostengono che la figura di questo trionfo rappresenti l’imperatrice Teodora. In verità, su questa correlazione ho trovato pochi cenni disseminati qua e là (es. la presenza della corona e dello scudo dove l’aquila si accompagna alla croce), ma non nei testi degli autori cui normalmente faccio riferimento.

Tuttavia, per quanto mi riguarda, tra le varie connessioni proposte (la Venere Urania dei greci, la Pistis Sophia degli gnostici e così via) quella relativa alla sovrana bizantina è la più affascinante e convincente. Vi riassumo per sommi capi qualcosa della sua vita …

figura 2


Teodora nasce, intorno al 500 d.C., in una famiglia di umili origini. Il padre lavorava come guardiano degli orsi all’ippodromo di Bisanzio e la madre era un’attrice. Il mestiere di attrice a quell’epoca si caratterizzava per una discreta libertà di costumi ed era di per sé ritenuto infamante.
Di lei è stato scritto che fu “attrice e cortigiana di bassa lega”, cioè una prostituta che si dava alle attività più abiette. Quest’opinione dispregiativa ha accompagnato il suo nome per oltre un millennio.
L’autore più spietato nei confronti di questa donna, divenuta in seguito consorte di Giustiniano, imperatore dell’impero romano d’oriente e condotta al trono con il titolo di Augusta, fu Procopio, avvocato, storico militare e politico bizantino.

Ma andiamo con ordine.
Pare che Teodora, donna bellissima che fino all’età di vent’anni (forse anche molti meno) si esibiva come mimo all’ippodromo di Bisanzio, attirando un pubblico sempre più numeroso, incontrò l’amore più grande della sua vita durante la messa in scena di una rappresentazione teatrale. Nel 522, ad assistere allo spettacolo giunse Giustiniano, che a quei tempi era un quarantenne non ancora insignito del titolo di imperatore e tra i due scoppiò un colpo di fulmine.
Lui ne fece subito la propria amante chiedendo all’allora imperatore in auge, Giustino I, che era pure suo zio, di concederle la dignità patrizia e una licenza speciale, per poterla sposare.
L’imperatrice Eufemia, moglie di Giustino I, si oppose con fermezza alla richiesta: quell’unione era troppo scandalosa per essere ufficializzata. Ma Eufemia morì l’anno successivo e Giustiniano vide esauditi i suoi desideri. Tra il 524 e il 525 sposò Teodora.
Bisogna, però aggiungere un dettaglio non trascurabile a questa storia.
Pochi anni prima di conoscere il futuro marito, Teodora era stata la concubina di un certo Ecebolo, allora governatore di Tyro, importante centro della Libia. Oltre al viaggio in Libia, la giovane ne aveva precedentemente compiuto un altro, molto più misterioso, in Siria, dove era entrata in contatto con gli esponenti del clero cristiano monofisita.
Convertita al cristianesimo, Teodora ha iniziato ad affrancarsi dal mestiere di attrice per dedicarsi ad attività, come lavorare al telaio, che le permettevano di sottrarsi agli sguardi del pubblico. Ma della sua giovinezza, in verità si sa molto poco.  

Quel che è certo è che da quando Teodora entra nella vita di Giustiniano assume un ruolo di primo piano nell’elargire consigli militari e politici.
Giustiniano, infatti, viene incoronato imperatore nel 527, in un’epoca in cui Costantinopoli era impegnata in un complicato conflitto con i Persiani e non mancavano gruppi eterogenei di avversari che provocavano un clima di sommosse per insidiare i palazzi imperiali.
Con il contributo della moglie, l’imperatore porta a casa una serie di successi militari e civili, tra cui l’impegno a portare a termine un grandioso programma di riedificazione e ingrandimento urbanistico. Durante il suo dominio, a Costantinopoli, vengono costruiti acquedotti, ponti e un rilevante numero di chiese, la più spettacolare di tutte è senza dubbio Santa Sofia.
Ma il segno distintivo di questo sovrano, che resterà nella storia come l’elemento di spicco della sua attività, ciò che gli ha garantito l’immortalità, è la raccolta di leggi che è tuttora alla base della civiltà giuridica di molti paesi: il Corpus Iuris Civilis.

La legislazione di Giustiniano influenzò in modo rivoluzionario la condizione femminile. Grazie ad essa vengono conservate antiche leggi sul matrimonio, come quelle sulla dote e le mogli possono accedere più facilmente al patrimonio del marito in caso di divorzio o vedovanza. Alla vedova, viene riconosciuta la quarta giustinianea, un diritto sulla quarta parte del patrimonio del marito. 
Giustiniano propugna leggi sul divorzio e l’adulterio e si preoccupa di sostenere le cosiddette “donne perdute”, tra cui le attrici.
Per questo favore verso le donne guadagna l’appellativo di legislator uxoris.
A Teodora viene tributato il titolo di “paladina delle donne” per il suo impegno in una guerra senza quartiere contro la prostituzione, particolarmente odiata dagli sfruttatori, oltre che in difesa della figura della moglie all’interno dell’istituto giuridico del matrimonio. Inoltre, secondo il parere comune degli storici, a lei va il merito di aver salvato il trono al marito in più di un’occasione.

Ciononostante la sua figura è stata consegnata ai posteri con le tinte più fosche e i racconti più infamanti.
Ed ecco che rispunta fuori Procopio, il principale responsabile della pessima reputazione dell'imperatrice.
Nell’anno dell’ascesa al trono di Giustiniano, Procopio passa al servizio del generale Belisario, un personaggio di rilievo in questa stagione, più volte sospettato di cospirazione contro l’imperatore e in seguito riabilitato. Al fine di screditare il suo generale, Procopio scrive otto libri che avrebbero dovuto contenere il racconto ufficiale dei conflitti dell’epoca e, oltre a questi testi, redige un libello diffamatorio, intitolato Storia segreta, nel quale dipinge Giustiniano come un crudele tiranno e Teodora come “l’imperatrice venuta dal bordello”.

A distanza di molti, molti secoli, fortunatamente la verità è venuta a galla, restituendoci l’immagine di una strenua sostenitrice della dignità e dei diritti delle donne.

E ora passiamo all’analisi della carta dal punto di vista dei Tarocchi di Marsiglia, sempre attraverso gli spunti forniti dai testi di Laura Tuan e Alejandro Jodorowsky.

figura 3
Una donna siede su uno scranno le cui colonne sono diventate due ali. Nella destra tiene stretto uno scudo sul quale è raffigurata un’aquila con le ali aperte, nell’atto di volare; nella sinistra impugna uno scettro sormontato da un globo con la croce.
Di fatto, essa è seduta ma ha le ali, è fissa ma è volatile. In pratica, questa carta indica il passaggio attraverso le contraddizioni. L’Imperatrice corrisponde all’azione intesa come sintesi degli opposti, su ogni piano: intellettuale, fisico, psichico.

Secondo la Tuan, quest’arcano rappresenta la “scintilla mentale” o la “intelligenza creatrice”, Jodorowsky parla della “luce intelligente del cuore dell’Imperatrice” e della abile consigliera, il libro di Omar e Zaira si sofferma sul termine “illuminazione” per descrivere il carattere di questo trionfo.
Addirittura, Jodorowsky, immaginando di sentir parlare l’Imperatrice, le fa dire: “Non statevene lì nella vostra fortezza! Trasformatela in tempio, con tutte le porte e le finestre spalancate, tutte le vostre emozioni sono una delizia […] Seguite le mie idee, diventerete un essere luminoso […]”

Ma veniamo al significato della CARTA AL POSITIVO:

Quando nel gioco esce diritta o in posizione favorevole, assicura energia, dinamismo, intelligenza, chiarezza di idee.
È l’arcano più favorevole a chi ha fatto della mente lo strumento professionale per eccellenza. I suoi significati, infatti, sono connessi a studio, scienza, comprensione, realizzazione pratica delle idee, capacità di dar vita a progetti grandiosi e inediti, in una parola: creatività!
Le sue ali rimandano alla comunicazione in tutte le sue forme, ma l’Imperatrice è anche e soprattutto femminilità, bellezza, intuito, fascino.
A livello affettivo ci parla di un incontro importante che nasce all’insegna della dolcezza e della lealtà.
A livello professionale indica prestigio, meriti riconosciuti, abbondanza e benessere materiale.
Sul piano fisico si riconduce alla ripresa in seguito a una malattia o a una fase di défaillance.
Dal punto di vista delle persone fa riferimento a una donna  giovane e intelligente.

IN NEGATIVO i suoi attributi si rovesciano, pertanto si parla di malizia, falsità, sotterfugio, presunzione, arroganza, indecisione, giudizi poco centrati.
E ancora, intralci sul lavoro, bocciature per gli studenti, insoddisfazioni, affari sfumati, esaurimento.
La persona giovane e intelligente che trovavamo in positivo si trasforma in una falsa amica, immatura, inaffidabile e cinica.

Cercando i motivi che mi hanno spinta a sostenere la tesi del legame dell’arcano con Teodora, ho tenuto conto di alcuni aspetti:

  1. il titolo di imperatrice
  2. il carattere forte, l’indubbia intelligenza, la attitudine a fornire consigli saggi
  3. il passaggio attraverso contrasti, critiche, opposizioni, che è possibile solo quando si possiede un progetto importante cui si tende con coraggio
  4. la caparbietà nel consigliare il marito a portare a buon fine un disegno tanto rivoluzionario quanto straordinario come quello di difendere i diritti delle donne, quindi la sua intelligenza sociale.




Orbene, prima di passare ai saluti, ecco le domande di rito:

Che impressioni vi fa questa carta? 

Quali elementi vi colpiscono di più? 

Che idea vi siete fatti di Teodora? La trovate accostabile o distante alla figura del tarocco?

Il blog si aggiorna lunedì, a tutti voi l'augurio di un felice week end!




BIBLIOGRAFIA:

Giorgio Ravegnani, Teodora. La cortigiana che regnò sul trono di Bisanzio, Salerno ed.

Laura Tuan, Il linguaggio segreto dei Tarocchi, ed. De Vecchi 

Alejandro Jodorowsky, Marianne Costa, La via dei Tarocchi, ed. Feltrinelli


ICONOGRAFIA:

  1. L’Imperatrice dal mazzo della collezione Pierpont-Morgan, Wikipedia
  2. Particolare dell' imperatrice Teodora, mosaico, Basilica di San Vitale, Ravenna, Wikipedia
  3. L’Imperatrice dal mazzo di Tarocchi Marsigliesi, Scarabeo ed., scatto personale


lunedì 9 ottobre 2017

RIFLETTO(RI) su Anna Risi





È giunto il momento di posare le carte sul tavolo, svelando la sorpresa annunciata! :)

A partire da questo post L’angolo di Cle inaugura “RIFLETTO(RI)”, una nuova rubrica attraverso la quale desidero segnalarvi i più bei libri scritti dagli amici del blog, ovvero coloro che lo frequentano lasciando testimonianza del proprio passaggio attraverso i commenti. 

All’interno di questo spazio ospiterò, di volta in volta, autori che hanno scelto di auto-pubblicare i propri romanzi e altri che sono passati attraverso l’intermediazione di case editrici.

Dunque, miei cari ("semplici lettori" e blogger) sappiate che, zitta zitta e quatta quatta, la sottoscritta vi legge ;-) e potrebbe contattarvi per chiedervi di lasciarle accendere i riflettori su voi.

Come suggerito dal titolo, seguirò un trattamento monadico: un narratore alla volta, con focus su una sua particolare opera. Pertanto, oltre alle informazioni di base che il protocollo richiede, confezionerò una recensione e un’intervista che permetterà ai lettori di “incontrare” l'autore che mi ha tanto favorevolmente colpito, per conoscerlo un po’ più da vicino.


Anna Risi e il suo ultimo romanzo, Angeli senz’ali, sono l’amica e il libro che ho l’onore di presentarvi oggi.





TitoloAngeli senz’ali
Autore: Anna Risi
Edito suIlmiolibro.it. Lo potete trovare QUI
Pubblicazione2017
GenereNarrativa
Versione cartacea17,50 €

Angeli senz’ali”, di Anna Risi, è un romanzo molto intenso che arriva dritto al cuore del lettore, raccontando le molteplici e dure vicissitudini di quattro protagonisti.
Selene, Tony, Chiara e Adamo, sono questi i loro nomi, vivono a cavallo di un periodo tra i più bui della Storia del nostro Paese. Una fase di transizione impregnata di tragici accadimenti che hanno segnato, in modo indelebile, la vita di tutti gli italiani.
L’intento dell’Autrice, però, non è rievocare quei tempi al fine di destare vaghi sentimenti nostalgici, bensì di stimolare una profonda riflessione sull’animo umano, sul significato di essere veramente liberi di scegliere, sul senso della gioia e quello del perdono.
Lo fa conducendoci per mano nella vita di quattro giovani, non ancora ventenni, ciascuno dei quali, a modo suo, si è lasciato travolgere e stravolgere dalle correnti delle passioni, rimanendo a lungo intrappolato in un pericoloso gorgo.

Di proposito, non entrerò nel dettaglio della storia, ma mi limiterò a dire che ciascuno di loro è stato un angelo senz’ali. Ciascuno di loro, come direbbe Steiner, rappresenta un germe di rosa chiamato a divenire rosa. Ciascuno di loro raffigura l’uomo, un essere incapace di dominare gli eventi, incapace di orientarsi nelle fitte trame del destino, ma che ugualmente anela alla felicità.
Angeli senz’ali” è una splendida narrazione, composta da una prosa fluida, tanto curata quanto coinvolgente, che ci parla di tempo e movimento, di amore e rabbia, di paura e coraggio, di morte e rinascita, di un lungo processo, fatto di errori, conoscenza, redenzione ed evoluzione dello spirito. 

Il romanzo si apre su un presente, sospeso tra passato e futuro, che offre ai protagonisti l’opportunità di riannodare i due capi di un filo sfilacciato e strappato dal tempo, mentre pone il lettore in condizione di immaginare il colore dei loro orizzonti.
Selene è la protagonista principale, la quale durante gli ultimi anni del liceo, in una Venezia degli anni ’70 sul cui sfondo gravano i problemi degli operai nelle fabbriche, dei moti rivoluzionari studenteschi e del terrorismo, incontra e si innamora di un coetaneo, Tony.
Grazie a un intreccio architettato con grandissimo talento, pian piano vengono alla luce gli altri personaggi, tutti costruiti con precisione e passione, e con essi affiorano i segreti, gli errori, ombre e personalità. Le vite di questi ragazzi si annodano, si slegano, si tormentano, i loro stati d’animo vengono messi mirabilmente a confronto in un presentarsi in successione di scene che si susseguono con un ritmo sapiente.

Un ritmo che si scandisce come un elegante contrappunto e che ha il pregio di sviscerare le pieghe più recondite, delle verosimili tortuosità dell’animo e del flusso impetuoso degli accadimenti che scorrono lungo un ventennio, mantenendo altissima l’attenzione del lettore e invogliandolo a saperne sempre di più.
Angeli senz’ali” indaga negli abissi dei sentimenti umani e per questa ragione non si passa indenni dalla sua lettura.
È un romanzo profondo, che scuote, proprio perché offre risposte, ma pone anche tante domande.
Qual è il tradimento più devastante? Fino a che punto la violenza della storia può condizionare l’esistenza umana? Qual è il limite dell’ideale? Di quale potenza è dotata una scelta?...
È un affresco che descrive un’epoca, ma che soprattutto consente di rivisitare passioni, lotte, errori, speranze che, da sempre, vivono nella natura profonda dell’uomo. 


Questo è il suo incipit:

“Selene, Chiara, Toni e Adamo erano stati iscritti alla scuola della vita quarant’anni prima. Tutti e quattro avevano un sogno da colorare nel cuore, e lo avrebbero voluto splendido e radioso.
Si erano affannati a cercare pennelli e colori, rovistando nel caos della vita, alla ricerca di una tela nuova per appoggiarci le setole colorate e iniziare a dipingerla.
Nei giorni, mesi e anni, si erano accorti che tutto era bianco e nero. Nessun colore era rimasto impresso, tranne una patina fosca e torbida che aveva impedito al loro sguardo di andare oltre.
Al di là di quella tela, dietro quel vetro, c’era un sole che splendeva, un cielo azzurro come non mai. La vita era piena di colori, non serviva dipingerla, bastava amarla.
Non si erano accorti nemmeno che il loro angelo non aveva le ali: era reale, perché riusciva a colorare i giorni stanchi dell’esistenza restando coi piedi a terra. Non servivano ali per volare, bastavano un cuore e un’anima. […]”

E ora, permettetemi di presentarvi questa scrittrice energica e sempre a caccia di nuove sfide. 


Anna Risi non si stanca mai di scrivere e Angeli senz'ali è il suo ottavo romanzo auto-pubblicato. E non è detto che il self-publishing rimarrà la strada esclusiva per raccontare le sue storie.
Infatti – la notizia risale a pochi giorni fa – questo titolo è giunto alla selezione finale della settima edizione del concorso ilmioesordio, organizzato da ilmiolibro.it, del Gruppo Editoriale L’Espresso, insieme ai suoi partner, che prevede l’acquisizione delle opere vincenti da parte di prestigiose case editrici.


Qualunque sarà l’esito della gara, approfitto dell’occasione per rinnovare a questa generosa autrice i miei più sinceri complimenti e augurarle un grande “in bocca al lupo”!

Ma ora mi faccio da parte e lascio il posto all’intervista promessa (premetto che al momento della stessa né Anna né la sottoscritta erano a conoscenza del suo ingresso alla fase finale del concorso).


[D] Ciao Anna, benvenuta su L’angolo di Cle! Questa volta, non sei qui nei panni di commentatrice, bensì di protagonista assoluta del post, nonché di questa mia intervista e te ne sono infinitamente grata.
[R] Grazie a te, Clem, per avermi ospitata e onorata del tuo tempo, e dello spazio in questo splendido blog, l’unica pagina che frequento assiduamente per contenuti pubblicati e l’alta professionalità che lo distingue nel web.

[D] Sei gentilissima e troppo buona. Vorrei porti una domanda semplice per cominciare: chi è Anna Risi nella vita? Ci racconteresti qualcosa di te?
[R] Anna Risi è un’impiegata dell’Amministrazione Pubblica presso il Liceo Scientifico Volterra di Ciampino. Sono una donna schiva, solitaria, generosa, terribilmente altruista e inguaribilmente romantica. Una donna che ama l’universo tutto a partire dalla natura inglobando il genere umano anche quando genera in me sofferenza e delusione.

[D] Oserei dire che il coraggio non ti manca! Diventare una scrittrice è sempre stato un obiettivo per te, o c’è stato un momento particolare della tua vita in cui è scattato il desiderio di passare alla stesura del primo romanzo?
[R] Diventare scrittrice è stato il mio obiettivo da sempre, fin dall’adolescenza, quando sognavo di partire per un’isola lontana insieme ad una macchina dattilografica vecchio stile. Ho sperato per anni di poter affidare ad una penna il mio sogno, ma l’ho dovuto ripetutamente rimandare per dare la priorità alla famiglia. Poi quando il tempo mi ha concesso la libertà necessaria, ho recuperato lunghi anni di attesa.

[D] Altroché! Otto romanzi in cinque anni non è impresa da tutti…Come definiresti i tuoi romanzi?
[R] I miei romanzi si collocano nella categoria “narrativa moderna”. Degli otto che finora ho pubblicato, ognuno possiede un’identità diversa. Ad ogni stesura ho ritenuto che rimettermi in gioco fosse fondamentale, l’unica via percorribile. Da Illusione e Disinganno, Un seme d’inverno, Senza smettere di guardare il cielo, Il viaggio, Riflessi e frammenti femminili, Biglietto di andata e ritorno, Scivolando nei giorni di una vita, e Angeli senz’ali, sono trascorsi cinque anni di massima produttività e differenziazione di contenuti.

[D] E ci sono autori, contemporanei o non, che consideri punti di riferimento?
[R] Molti sono gli autori che hanno influenzato la mia scrittura. A partire da Isabel Allende, e tutti i grandi della letteratura latino-americana. Non ho mai sottovalutato i classici che hanno permeato di ricchezza il mio linguaggio e l’intensità espressiva. Da ogni grande autore ho colto insegnamenti, vie da percorrere, sentieri da battere. Lo stile poi è nato e si è evoluto attraverso l’incastro di numerosi tasselli da me personalizzati.

[D] Ecco, tenendo conto di questa evoluzione, quando ti è venuta l’idea di scrivere Angeli senz’ali e perché?
[R] Angeli senz’ali è il mio ottavo libro, il testo con cui mi sono messa completamente in gioco. E’ un lavoro sperimentale che poggia l’impalcatura narrativa esclusivamente sulla creatività. I libri precedenti si basano tutti su storie di vita vera. Avevo bisogno, come del resto accade per ogni scrittore, di capire dove potevo arrivare solo con l’ausilio della fantasia. La nostra storia recente mi ha riportato indietro nel tempo, agli anni di piombo, per cercare di sfatare sogni eroici e gloriosi vissuti nell’illusione di un’ideologia distorta.

[D] Quindi è frutto della tua creatività attivata anche da una serie di riflessioni. Com’è nata Selene, per esempio. Qual è stata cioè l’ispirazione che ti ha portato a realizzare questo personaggio e come la descriveresti? 
[R] Selene nasce dal desiderio di delineare un ritratto di donna che, coinvolta in faccende più grandi di lei, si trova a dover superare momenti difficili, a ricostruire se stessa e la propria vita in funzione di un figlio nato per caso. Tratteggiare vite che superano con tenacia e forza montagne a prima vista insormontabili, rende i personaggi degni di nota e di quelle sfumature in cui ci riflettiamo per trovare anche noi il coraggio di superare le avversità.

[D] Ci sarà un seguito di questo romanzo?
[R] No, non ci sarà un seguito. Non amo i sequel. La storia inizia e finisce dove metto il punto finale.

[D] Nessuno ci impedisce di sognare, dunque immaginiamo che Angeli senz’ali arrivi al cinema: quale attrice vedresti bene nei suoi panni?
[R] Nei panni di Selene, in un’eventuale trasposizione cinematografica di Angeli senz’ali, vedrei calata alla perfezione nei panni della protagonista, Giovanna Mezzogiorno, un’attrice da sempre impegnata in pellicole di spessore.

[D] Ora vorrei toccare un altro punto. Angeli senz’ali è ambientato a Venezia e Torino. Quanto incidono i luoghi che descrivi sul tessuto della trama dei tuoi libri? E ci sono luoghi che, più di altri, hanno esercitato un fascino particolare sulla tua scrittura?
[R] Venezia e Torino sono due città che si adattano perfettamente alla trama del testo. I luoghi incidono molto sulla parte descrittiva di un testo, sono la cornice che racchiude la storia contornandola di riflessi determinanti. Io prediligo il mondo rurale, in cui è facile proiettarsi perché è lo sfondo dell’infanzia di molti. Ma anche la città è parte frequente dei miei racconti, come mito di evoluzione e benessere.

[D] I luoghi come nodo di adesione al piano della realtà. Mi viene in mente che in ogni tua opera spicca sempre anche una profonda analisi psicologica dei personaggi attraverso cui ci parli di emozioni, di percorsi che inducono a scelte importanti, di capitolazioni e di redenzioni. Anche in Angeli senz’ali svisceri con grande attenzione l’animo umano, mettendo a confronto storie diverse eppure legate da un unico filo rosso: non esistono colpevoli. Pensi davvero che nella vita sia sempre così?
[R] Penso che a tutti gli esseri umani vada data sempre una seconda possibilità, uno sconto di pena che faciliti il ricrearsi di una nuova base da cui ripartire. Il messaggio e il contributo della scrittura è proprio quello di indirizzare il lettore verso una visione meno oscurantistica dell’esistenza, proiettandolo in una dimensione più umana e meno catastrofica di quella che siamo obbligati a vivere.

[D] C’è un passaggio nell’incipit di Angeli senz’ali che mi ha molto colpito: “Qualcuno aveva detto separatamente a ognuno di loro che tutto torna, che la ruota gira, che esiste il Karma. Il tempo aveva risposto diversamente. Ogni cosa era rimasta attaccata addosso alla pelle cambiandoli inesorabilmente. Azioni, gesti, tradimenti, fallimenti, non se n’erano andati da nessuna parte, erano restati dentro le loro esistenze come semi amari da mordere. La ruota panoramica aveva continuato a fare il suo lavoro, un incessante ruotare.”.
Quanto lo senti vero?
[R] Lo sento profondamente scolpito nella mia anima. Ogni esperienza ci cambia notevolmente e inevitabilmente. Rinasciamo noi, ma nuovi, portandoci dentro insegnamenti e moniti che ci permettono di non ricadere negli stessi errori che hanno caratterizzato il nostro passato. 

[D] Un’altra caratteristica dei tuoi manoscritti è la centralità di donne dai pregressi difficili, ma dotate di forza e coraggio eccezionali. Come mai?
[R] Le donne dotate di una forte componente di coraggio, e soprattutto dal passato difficile, sono quelle che hanno molto da insegnare, quelle che attraverso la loro esperienza di vita ci indicano la via del rinnovamento e della speranza come unica sorgente di salvezza da noi stessi e in prospettiva futura.

[D] Un’immagine molto bella. Sempre parlando di donne vorrei concentrarmi su te. Dagli esordi a oggi cosa è cambiato in te, soprattutto come scrittrice? E che effetto ti fa rileggere oggi i tuoi libri precedenti?
[R] Sono cambiate molte cose dagli esordi a oggi. Sono cambiata io stessa, il mio modo di concepire la scrittura, di arrivare al pubblico, di pormi attraverso la narrativa come un’anima che si svela senza riserve. L’esperienza mi ha fatto crescere ed essere sempre più attenta e responsabile nei confronti dei lettori. Rileggere il passato è come correggere se stessi. Trovo sempre qualcosa nei miei libri che “non avrei”, o “non dovuto” scrivere. Essere critici con se stessi è la prima qualità che uno scrittore non deve mai chiudere nel cassetto.

[D] Cosa hanno pensato i tuoi familiari quando hanno letto il tuo primo romanzo? E come hanno reagito all’uscita dell’ottavo, Angeli senz’ali.
[R] I miei familiari sono stati la spalla e il sostegno. Ogni opera pubblicata, dalla prima all’ottava, li ha resi felici e orgogliosi del mio impegno e della mia dedizione. Così come lo sono stati quando ho partecipato da selezionata a 3 Rassegne Nazionali di Narrativa e molti altri eventi nella mia città. Sono stati e lo sono ancora la costola a cui mi sono aggrappata per riuscire a dare il meglio di me. Non dimenticando mio marito, cuore della parte tecnica da cui non posso mai esulare.

[D] Di cosa non scriveresti mai?
[R] Non scriverei mai un romanzo erotico. Non è nelle mie corde, non rispecchia il mio sentire, ed è un genere che ha devastato il panorama mondiale dell’editoria. Resto sempre dell’idea che uno scrittore per essere apprezzato deve mettere sul piatto della bilancia storie che lasciano solchi profondi dentro di noi.

[D] Personalmente credo che tu ci sia sempre riuscita, anche molto bene! Ora è tempo di salutarci e non può mancare un’ultima domanda: ci vuoi anticipare qualcosa sui tuoi progetti editoriali futuri?
[R] I miei progetti editoriali sono in continua evoluzione. Mentre attendevo l’Editing di Angeli senz’ali, avevo già iniziato a scrivere “Stagione di esistere”, un romanzo dai forti contenuti ambientato tra Bogotà, Roma e Cracovia. Un testo impegnato, un libro che scuoterà le coscienze tra fede che vacilla e desiderio di continuare a vivere dopo il crepuscolo dell’anima. 

Grazie, Anna, per il tempo che hai dedicato a L’angolo di Cle e ai suoi lettori. È stato un vero piacere averti qui e mi auguro che tu possa tornare presto a raccontarci dei tuoi prossimi romanzi! 



Cari amici, adesso lascio a voi la parola
Anna sarà disponibile a rispondere anche alle vostre domande, che mi auguro giungano copiose.

Ringrazio tutti della partecipazione e, se avete gradito il post della nuova rubrica “RIFLETTO(RI)”, non perdete i prossimi incontri!   ^__^